Diecimila gli imprenditori UK in Italia: tutti i dati

Lombardia in testa, con oltre 2,400 imprese.

Diecimila gli imprenditori UK in Italia: tutti i dati

 

Quando la Brexit avrà cambiato le regole del gioco, saranno tra i primi a subirne gli effetti. Il sole del Belpaese, la sua cultura, la sua arte piacciono ovunque, anche Oltremanica. Si sapeva. Meno spesso si parla delle opportunità lavorative che il Mediterraneo e l’Italia  hanno offerto ai sudditi di Sua Maestà. Uomini d’affari, dirigenti, quadri o veri e propri imprenditori hanno varcato le Alpi in cerca di fortuna, e di soldi, integrandosi perfettamente con il sistema delle PMI italiane. L’Ufficio Studi di Unioncamere e Infocamere ha provato a fare i conti, tracciando un quadro sommario della situazione.

Sarebbero oltre 10 mila gli imprenditori britannici che operano in Italia: più della metà di questi “emigranti alla rovescia” – per la precisione il 56% – occupa la posizione di amministratore dell’impresa in cui lavora.  I dati forniti considerano le imprese con almeno un cittadino britannico a ricoprire una carica societaria.

E’ la Lombardia a guidare la classifica delle regioni preferite da chi sbarca dall’UK con 2402 attività, un quarto del totale. Seguono il Lazio con 1461 e la Toscana con 1084. A ruota la Campania, con un sorprendente 974, prima addirittura di Emilia Romagna (784), Piemonte (679) e Veneto (539). Fanalino di coda la Valle d’Aosta (24), preceduta, seppur di poco, dalla Basilicata (25).

Si tratta per la maggior parte di attività medio-piccole, che si inseriscono a pieno titolo nell’humus economico italiano: per il 58,2% il valore della produzione non supera i 2 milioni di euro, mentre il 19% si attesta tra i 2 e i 10 milioni. La fetta tra i 10 e i 50 milioni comprende il 19% dei business, mentre quella sopra i 50 si ferma al 9,9%.

Il dato sulle dimensioni conferma le premesse: piccole medie imprese nell’81,2% dei casi, con il 59,5% delle attività che dà lavoro a meno di dieci addetti e il restante 21,7% che non supera i 50.

I settori preferiti dagli imprenditori UK sono, abbastanza prevedibilmente, il commercio all’ingrosso e al dettaglio (1985 società), il manifatturiero (1045 aziende), le attività di libera professione, scientifiche e tecniche (dato aggregato, 866 ) e il settore primario (agricoltura e pesca, 703).

Difficile valutare le ricadute per questa piccola business community che in buona parte ha creato legami  economici con la madrepatria approfittando della legislazione europea: se la Brexit – che, ricordiamolo, non è ancora operativa – si concretizzasse, i loro business plan potrebbero saltare.

Un’eventuale reintroduzione di dazi e dogane renderebbe l’import-export tra il Regno Unito e l’Europa, Italia compresa, decisamente meno competitivo, e in qualche caso antieconomico: un problema per chi lavora nel settore, e si tratta di una porzione ampia. Ma anche il turismo del Belpaese potrebbe essere penalizzato da una sterlina debole, trascinando con sé chi nel comparto aveva investito, a prescindere dal passaporto. L’onda lunga dello tsunami del 23 giugno, a quanto pare, è ancora lontana dal manifestare tutti i suoi effetti.

Antonio Piemontese

Londra, 29/6/2016