“Il governo ci ha tagliato le gambe, ora ci sentiamo traditi”

Intervista alla violinista italiana Francesca Dego, tra chiusura dei teatri in Italia e UK e il nuovo lockdown a Londra, dove vive

“Il governo ci ha tagliato le gambe, ora ci sentiamo traditi”

 

A soli 31 anni, Francesca Dego è una delle più apprezzate – e giovani – violiniste italiane in circolazione. Attivissima sul piano internazionale, suona regolarmente con alcune tra le orchestre italiane e straniere più prestigiose, con tournée in teatri e sale da concerto di tutto il mondo.

Il padre, violinista dilettante, le diede per la prima volta in mano un violino quando aveva solo 3 anni. Dai 4 anni e mezzo, Francesca non l’ha più lasciato andare. Il debutto è arrivato a 7 anni, negli Stati Uniti con un concerto di Bach. E’ una italiana a Londra, dove vive con il marito Daniele Rustioni, direttore d’orchestra.

Perché hai scelto di trasferirti e vivere nella capitale inglese?
La mia famiglia ha da sempre un legame speciale con Londra, e con il Regno Unito in generale.  Entrambi i miei genitori, che qui si sono conosciuti ed innamorati, hanno studiato e lavorato nella capitale britannica. Mio padre insegnava letteratura italiana alla University of London. Prima della mia nascita sono rimasti qui per 25 anni prima di rientrare in Italia, a Lecco, dove sono nata. Io qui sono rientrata invece in occasione del mio master alla Royal College of Music. Ai tempi mi è sembrata la scelta ovvia a livello europeo.

A proposito di Europa, da italiana a Londra e soprattutto da artista, come stai vivendo la Brexit?
Sono cresciuta come cittadina del mondo: mia mamma è americana di New York e mio padre di Milano, ha insegnato a Glasgow, Leeds e Londra prima di rientrare in Italia. La mia famiglia è anche un mix di culture e tradizioni diverse: da un lato mio padre, italiano cattolico, dall’altro mia madre, un’ebrea americana e figlia di immigrati tedeschi di origine polacca. Il mio bisnonno fu l’unico sopravvissuto a 46 altri parenti di mia madre ai lager nazisti. Come europea quindi, la Brexit è stata una botta pazzesca.  Con l’esperienza del bisnonno alle spalle, sono fermamente convinta che alzare barriere e confini sia sempre negativo.

Ma nonostante tutto penso che io e mio marito resteremo qui, dove abbiamo forgiato le nostre carriere (Rustioni è alle redini della Ulser Orchestra nel Nord Irlanda). Abbiamo entrambi il permesso di restare e da artisti la nostra situazione non cambierà molto.

La cosa è più tragica per i miei colleghi musicisti britannici, perché a loro si chiuderanno tantissime porte, specialmente per quanto riguarda la possibilità di svolgere tour musicali all’estero.

Parlando di cambiamenti, la crisi del Covid-19 ha portato ad uno stop a concerti ed esibizioni in pubblico, ha cambiato lo stile di vita di molti. Tu come hai trascorso il periodo del lockdown?
Io e mio marito siamo rimasti a Londra per tutta la durata del primo lockdown e devo dire che è stato un misto di emozioni contrastanti. Qui ci sono state più libertà rispetto all’Italia dove invece sono state imposte misure più rigide. Siamo stati privilegiati perché siamo riusciti a concederci grandi passeggiate nella natura e abbiamo potuto goderci la nostra nuova casa a Londra. Ma dall’altro lato io e Daniele abbiamo perso la maggior parte del nostro lavoro, tutti i nostri tour sono stati cancellati e i rimborsi sono stati ben pochi.

Nella foto sopra e in alto Francesca Dego (crediti Davide Cerati)

La recente chiusura dei teatri in Italia ha inizialmente scatenato le proteste di migliaia di persone, artisti, pubblico, lavoratori dello spettacolo. Tu da artista come hai vissuto questa scelta del governo?
Sarò onesta: molto male. La situazione è diversa ora in rispetto a marzo. Con il primo lockdown c’è stato l’effetto sorpresa: nessuno, governo in primis, sapeva bene come comportarsi e come affrontare l’epidemia. Era tutto nuovo per tutti, per cui nessuno nel mio settore si è sentito di dire nulla. Poi in occasione della riapertura a giugno, noi come ambiente musicale italiano ci siamo fatti in quattro anzi in mille, investendo tempo, energie e risorse per mettere in sicurezza le sale da concerto e dei teatri con sanificazione e distanziamento continui. Abbiamo addirittura finanziato studi scientifici sull’uso in sicurezza dello strumento.

Ma nonostante tutta questa preparazione dietro, con la chiusura dei teatri e delle sale da concerto in Italia la verità è che ci sentiamo traditi, è che come se ci avessero tagliato le gambe. Specialmente dopo tutti questi sforzi per rispettare le norme di distanziamento nei teatri e nei luoghi di spettacolo in modo quasi esagerato. In sala massima attenzione a mantenere la distanza tra colleghi, per poi magari finire a cena in un ristorante in 15 tutti ammassati, o a viaggiare su un volo di linea strapieno. Sono mesi che sentiamo parlare di un arrivo di una seconda ondata di coronavirus, e allora perché non si è investito di più nel preparare gli ospedali, nei tamponi? È come se noi avessimo fatto di tutto per prepararci, mentre il governo no….

Anche in UK molti teatri sono rimasti chiusi da marzo, alcuni rischiano di non poter riaprire proprio. Il governo ha stanziato un fondo, ma le dichiarazioni del cancelliere Rishi Sunak hanno suscitato un po’ di scalpore… (definito i lavori nelle arts “non viable”, non essenziali, e ha invitato i lavoratori del settore dell’arte e dello spettacolo a “guardare altrove” e non pretendere di mantenere lo stesso impiego avuto prima della crisi). Credi che in UK abbiano gestito meglio l’emergenza e che il tuo settore sia stato più tutelato?
Non è che qui la situazione sia necessariamente migliore. La principale differenza è che qui in UK il settore dello spettacolo è enormemente privatizzato e fa tantissimo affidamento sulla vendita dei biglietti. Sono due modi diversi di gestire la stessa area. Per quanto riguarda la campagna del governo, la trovo insultante. Specialmente per un settore come il nostro, che richiede anni e anni di training e infinite ore di studio al giorno.

Questa crisi cambierà il mondo dello spettacolo?
Io spero tanto che non ci abituino a questa idea di non uscire e stare in casa per paura. Ho avuto conferma di una cosa in questo periodo, ed è stata la risposta del pubblico: la gente è venuta a sentire i concerti e ad assistere a spettacoli durante il periodo di riapertura nonostante la paura, e lo ha fatto perché vuole  sentire la musica, vuole assistere ad uno spettacolo, un concerto. L’arte trova sempre quindi il modo di cambiare, di vivere, di creare. Solo le più orride dittature hanno tentato di estirpare la musica. Eppure, se ci pensi, persino in quei momenti la gente ha comunque trovato il modo di continuare a fare musica. È a lei che ci rivolgiamo nei momenti di difficoltà. È qualcosa che nessuno ti può togliere e che può illuminare anche i momenti più bui della vita.

@AgostiniMea


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