Il Regno Unito può cancellare la Brexit. A stabilirlo la Corte di giustizia dell’UE

Domani i parlamentari britannici voterranno a Westminster se ratificare o meno l'accordo proposto dalla May

Il Regno Unito può cancellare la Brexit. A stabilirlo  la Corte di giustizia dell’UE

 

E’ stato cancellato e rimandato a data da destinarsi il voto parlamentare che deciderà se il Regno Unito potrà lasciare l’Europa in base all’accordo raggiunto tra Theresa May e l’UE o se taglierà i ponti senza alcuna garanzia sui futuri rapporti con l’Unione. Qui gli aggiornamenti in merito.

Nei primi tempi successivi al referendum del giugno 2016, la possibilità di un no deal ovvero di lasciare l’UE senza un’intesa, veniva vista come un’ ipotesi pressochè impossibile.

Due anni di negoziati sembravano un tempo infinito e la classe politica prometteva che si sarebbe usciti dall’Europa forti, vincenti e con le tasche piene di sterline che, anzichè essere sperperate dall’Unione, sarebbero andate all’NHS, il servizio sanitario nazionale.

Ma le enormi difficoltà sorte durate le negoziazioni hanno gettato una secchiata di acqua gelida su ottimismo e demagogia, ed ora nessuno sembra più ostentare la sicurezza di chi ha tutto sotto controllo che veniva esibita quando si è invocato l’Articolo 50, cioè si è formalemente dichiarato di voler uscire dall’Unione.

Proprio questa mattina l’Avvocatura Generale della Corte di Giustizia Europea ha indicato che il Regno Unito può revocare le “dimissioni” dall’UE in modo unilaterale, senza prima cercare l’accordo degli altri 27 Paesi (in basso l’annuncio ufficiale via twitter).

 

 

 

 

 

Questa decisione potrebbe significare che non è troppo tardi per tornare indietro, ma per quanto questa ipotesi sia stata ventilata, non è per nulla certo che un secondo referendum sia possibile.

Con il no deal alle porte, il governo britannico si affretta a creare nuove leggi e politiche per affrontare questo scenario.

Il 6 dicembre scorso il Dipartimento per l’Uscita dall’Unione Europea ha pubblicato un documento di una decina di pagine teso a rassicurare i cittadini europei residenti in UK.

Incredibilmente, l’Home Office continua a dire a chi risiede qui che “non dovete fare nulla per il momento” ma intanto, questo documento introduce drastici cambiamenti che limitano notevolmente i diritti degli europei residenti nel Regno Unito.

In caso di no deal, chi si trasferisce in UK dopo il 29 marzo 2019 non beneficerà delle stesse norme applicabili a chi è già qui prima della Brexit-date, al contrario di quanto promesso in precedenza.

Inoltre, chi risiede nel Regno Unito prima del 29 marzo 2019, dovrà fare domanda per un permesso di soggiorno entro il 31 dicembre 2020 e non più entro giugno 2021, ed avrà tempo solo fino al 29 marzo 2022 per farsi raggiungere dai propri familiari. Questo limite temporale non era previsto dalle regole precedenti.

In caso di rifiuto del permesso di soggiorno, non si avrà un diritto di appello ma si potrà soltanto chiedere una revisione amministrativa della decisione, se si ritiene che l’Home Office abbia fatto un errore.

Questo procedimento, chiamato administrative review esiste già in caso di rifiuto di visti a cittadini non-europei, e si è spesso dimostrato inefficace, a causa della sua rigidità e limitatezza. Infatti altro non è che una richiesta rivolta allo stesso dipartimento che ha rifiutato il visto, affinchè la decisione sia cambiata.

Se l’Home Office continua a rifiutare il permesso, l’unico rimedio sarà quello di un judicial review che consiste nel richiedere al tribunale dell’immigrazione di riesaminare la decisione del Ministero. Questo procedimento è lungo e complesso e richiede l’intervento di un legale.



A tutto ciò va aggiunto che il sistema per fare domanda di settled status, che per il momento è in fase di sperimentazione, ha suscitato numerose critiche.

Tra problemi tecnici, errore umano e mancanza di chiarezza sulla protezione dei dati personali di chi usa la app, il rischio di una decisione sbagliata è reale, e la mancanza di un diritto di appello è preoccupante quando la posta in gioco è la possibilità di continuare a vivere e lavorare in un Paese che si è scelto come seconda patria.

A questo indirizzo è possibile consultare il documento elaborato dal Dipartimento britannico per l’Uscita dall’Unione Europea.

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L’autrice di questo articolo è Gabriella Bettiga, avvocato esperto in materie di immigrazione presso lo Studio Legale Sliglaw LLP.  Per contattarla potete mandare un’email a: gabriellab[at]sliglaw.com.