Fuori dall’Unione: ecco chi guadagna con la Brexit

Consulenti, avvocati, editori: la Gran Bretagna del dopo-referendum può diventare un'opportunità per molti.

Fuori dall’Unione: ecco chi guadagna con la Brexit

 

Brexit uguale recessione: un’equazione che vale per l’economia britannica nel suo complesso, ma non necessariamente nel mondo dei servizi professionali. Dall’assistenza legale alla consulenza aziendale, sono in molti a vedere la Brexit come un’opportunità, piú che un problema. Nei periodi di incertezza e di cambiamenti il business cerca il consiglio degli esperti, e le professional firm si stanno rapidamente attrezzando per tramutare questo bisogno in servizi da fatturare.

Tra le piú attive ci sono le società di revisione contabile e consulenza fiscale. Le big Four del settore (KPMG, Deloitte, PwC, EY) fanno a gara per pubblicizzare le loro credenziali Brexit. Nei loro siti web sono apparse sezioni e minisiti dedicati al post-referendum, con informazioni, analisi, interviste, webcast, white papers e altro. Il messaggio è piú o meno lo stesso per tutti: le implicazioni della Brexit per il vostro business saranno significative ma sono ancora incerte. Noi siamo qui per aiutarvi.  Particolarmente esplicita la mossa di KPMG, un gigante del settore con quasi 180,000 dipendenti, che ha annunciato la creazione di una divisione “Brexit”, mettendovi a capo uno dei suoi senior partner. Una scelta organizzativa che al tempo stesso è servita a lanciare un forte segnale al mercato.

Seppur con maggiore discrezione, anche le società di consulenza strategica hanno iniziato a cavalcare l’onda. L’impatto della Brexit, d’altronde, domina da mesi le discussioni nei consigli di amministrazione e nei comitati esecutivi delle maggiori aziende britanniche. Il Boston Consulting Group (BCG) dedica alla Brexit la cover story del suo magazine Perspectives, illustrandone le implicazioni per il CEO di un’azienda. McKinsey & Co ha approfondito l’impatto della Brexit sull’industria aero-spaziale.  Per Bain & Co (che ha pubblicato una serie di video con le prime considerazioni) la Brexit va interpretata come parte di un trend piú ampio, contro la globalizzazione e a favore di sviluppi locali. Spunti di riflessione, punti di vista, che servono a dare l’impressione di rendere razionale e controllabile un evento, la Brexit, che rimane profondamente complesso e incerto.  E non manca chi usa con creatività la Brexit come elemento di marketing, come la società di consulenza olandese che ha aperto un Brexit Desk a Londra. La loro offerta: un pacchetto di assistenza “Quick Brexit” per aiutare le aziende britanniche a costituire una società in Olanda.

Anche per gli studi legali la Brexit diventa un tema sul quale fornire assistenza ai propri clienti. Lo studio Hogan Lovells, un vero colosso del settore con sede a Londra e oltre 2,500 avvocati sparsi nel mondo, ha iniziato già nel 2014 ad analizzarne il possibile impatto con la creazione di un team dedicato, denominato Constitutional Task Force. Le analisi degli esperti sono ora confluite in un sito ad-hoc (Brexit:hub) all’interno del quale sono presenti numerosi strumenti interattivi (tra i quali una Brexit Effect Map e un Brexit ToolKit) insieme ad articoli, white paper e altro.

Infine, anche i media registrano un effetto positivo. Il bisogno di informazione sugli impatti del voto ha creato un vero “Brexit boost” per l’informazione, sia cartacea che digitale. Come riporta City AM, nel corso del mese di giugno sono stati venduti 2,7 milioni di giornali in piú rispetto al mese precedente, pari a 90,000 copie in piú al giorno. Una boccata di ossigeno per un settore, quello dei quotidiani cartacei, che sta vivendo un anno negativo, con la chiusura del New Day e dell’Independent.  Ancora piú marcata la crescita nell’informazione online, con crescite mese su mese che vanno dal +8% del Daily Mail al +30% del Telegraph. Un bel riconoscimento per i media, soprattutto se si considera il ruolo cruciale giocato dai quotidiani stessi nell’influenzare il risultato del voto.

Potremmo continuare: dai cambiavalute (mai così attivi) alle aziende dell’Eurozona che esportano verso il Regno Unito, sono in molti a poter pensare di sfruttare la Brexit in positivo. Per farlo, dovranno studiarne e prevederne gli impatti, ripensare rapidamente al loro business e creare prodotti e servizi idonei al nuovo, inedito, scenario.

Francesco Ragni

Londra, 5/8/2016

foto: Flickr