Brexit, la Francia scatena la caccia ai manager UK

A chiedere il “muro” oltre la Manica sono stati i distretti che lottano con la concorrenza cinese. Intanto Bloomberg annuncia che le aziende francesi sono a caccia di talenti della finanza in UK

Brexit, la Francia scatena la caccia ai manager UK

 

E se la Brexit fosse “colpa” della Cina? E’ quanto suggerisce un’interessante indagine condotta da due ricercatori dell’Università Bocconi di Milano. Italo Colantone e Piero Stanig hanno analizzato gli esiti della consultazione del 23 giugno scorso in 39 aree del Regno Unito. Il risultato aveva  parzialmente riformato le certezze dei primi giorni : non ci sarebbe alcuna relazione tra presenza di immigrati e voto per il Leave. Al contrario: nell’area di Londra – dove si registra la più alta densità di stranieri – e in diverse altre zone ad alto tasso di immigrazione, ha vinto chi voleva restare nella UE.

A chiedere il “muro” oltre la Manica sarebbero stati, invece, i distretti specializzati nella produzione di manufatti che negli ultimi anni si sono trovati a competere con l’industria cinese, in particolare nel comparto tessile e in quello dell’elettronica. Una sfida impari.

“Si trova un legame forte e statisticamente significativo tra la potenza dello shock dovuto alle importazioni e la fetta di elettori pro-Leave” rilevano Colantone e Stanig a margine del lavoro. “Gli elettori hanno colpito il bersaglio sbagliato. La ragione della loro rabbia non è l’immigrazione, ma una forma di globalizzazione che, in assenza di politiche redistributive adeguate, divide la gente in perdenti e vincenti”. Più che la libera circolazione dei lavoratori UE, sarebbe la concorrenza cinese a spaventarli.

ANALISI A FREDDO – Sei mesi dopo, si sente la necessità di un’analisi a freddo che indichi la reale portata di una decisione che, almeno formalmente, non è stata ancora presa. Mancano solo novanta giorni a marzo, data fissata da Theresa May per attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e avviare le procedure d’uscita per la Gran Bretagna. In realtà, la Corte Suprema non ha ancora chiarito se il potere di far partire il timer spetti al Parlamento o al Governo;  i segnali economici, peraltro, sono contrastanti, e possono essere piegati a diverse interpretazioni. Un voto di Westminster rimetterebbe tutto in gioco.

Un elettore su cinque – secondo un sondaggio Ipsos-Mori citato da Bloomberg, non crede che la Brexit scatterà nel 2017.  Ma, mentre a Londra si discute, a Parigi scatta la corsa per attirare i manager di talento fino ad oggi di stanza in UK. In caso di Leave, la città perderebbe il proprio ruolo chiave nella finanza europea, e il testimone passerebbe sul continente, con ogni probabilità alla capitale francese o a Francoforte. Sarebbero 20.000 i dipendenti della City che potrebbero attraversare la Manica, attirati da invitanti offerte.

Anche Milano, del resto, sarebbe pronta a sfruttare un’eventuale uscita. L’EMA, l’Agenzia Europea dei Medicinali, potrebbe lasciare il Regno Unito, e il capoluogo lombardo ha le carte in regola per prenderne il posto: appeal internazionale, forte settore farmaceutico, buoni sponsor nel governo. In Italia, paese fondatore dell’Unione, manca ancora una grande agenzia europea. Se Brexit sarà, questa potrebbe essere la volta buona.

Antonio Piemontese
@apiemontese

4 gennaio 2017