Coronavirus, l’esperta: “Un anno o anche più per avere un vaccino”

La nostra intervista a Ilaria Dorigatti dell'Imperial College di Londra dove si sta sperimentando il nuovo vaccino

Coronavirus, l’esperta: “Un anno o anche più per avere un vaccino”

Quanto siamo vicini a un vaccino per il coronavirus?

A prendere parte ad una vera e propria corsa contro il tempo per trovare una cura sono aziende e centri di ricerca di tutto il mondo. Tra questi, il prestigioso Centro per l’analisi globale delle malattie infettive globali dell’Imperial College di Londra.

Nel gruppo che ha realizzato le ricerche anche la trentina Ilaria Dorigatti, epidemiologa e ricercatrice presso il Dipartimento di Epidemiologia delle Malattie Infettive.  Arrivata a Londra nel 2011 dopo aver conseguito il dottorato in matematica presso l’Università di Trento e una parentesi di sei mesi alla University of California di Los Angeles, da 9 anni lavora presso l’MRC for Global Infectious Disease Analysis all’Imperial College, dove attualmente occupa una posizione come Lecturer e Sir Henry Dale Fellow.

Dottoressa, cosa l’ha portata a vivere e lavorare nella capitale inglese? A Londra ho trascorso 5 mesi all’Imperial College durante il mio ultimo anno di dottorato. Sono arrivata qui perché attratta dal tipo di ricerca dell’Imperial College, una delle Università più prestigiose al mondo. Pensavo mi sarei fermata per un breve periodo, e invece sono rimasta.

Il centro presso il quale lavora sta sperimentando un nuovo possibile vaccino genetico contro il Covid-19. Se effettivo, quando potrà iniziare ad essere somministrato agli essere umani?
La produzione di un vaccino è un processo lungo, nonostante si sia riusciti ad accorciare molto i tempi di sperimentazione in laboratorio. Un candidato vaccino viene innanzitutto testato in vitro e se dà risultati positivi, la sperimentazione passa negli animali. Dopodiché, se anche questa fase dà risultati positivi, il vaccino entra nella sperimentazione clinica, che consiste in varie fasi in cui si testa la sicurezza, la capacità di generare immunità e l’efficacia nell’uomo. Potrebbe passare un anno, o anche più, prima di avere un vaccino disponibile.

La vostra ricerca suggerisce che circa 2/3 dei casi esportati dalla Cina non sono stati rilevati e che in Cina il numero delle infezioni sia in effetti molto più alto perché il paese ha comunicato solo i casi più gravi. Come è stato possibile questo e cosa significa?
Nel nostro ultimo rapporto stimiamo che la sorveglianza epidemiologica internazionale cattura circa il 30%  dei casi esportati dalla Cina. Questo accade per una combinazione di fattori, principalmente per il fatto che non tutte le infezioni mostrano sintomi e che alcuni casi possono essere scambiati per una semplice influenza.

Quanto ci dobbiamo preoccupare quindi?
Secondo le nostre stime, la probabilità di morte dovuta all’infezione è di 1 su 100 e i dati suggeriscono che la letalità è più marcata nelle classi di età più alte. L’alto numero di contagi, dovuto al fatto che questo virus è molto trasmissibile, implica che il numero di decessi è a sua volta alto.

L’italia è passata dall’avere pochissimi casi di contagio a essere il terzo paese al mondo per numero di infezioni. C’è una ragione dietro una così veloce diffusione, soprattutto nel Nord Italia?
Questo virus si trasmette velocemente all’interno della popolazione perché, essendo un virus emergente, non c’è  immunità. Secondo le nostre stime, un infetto contagia dalle 2 alle 3 persone in assenza di misure di contenimento. In termini epidemiologici, questo numero si chiama R0. Per fermare un’epidemia bisogna abbassare il R0 sotto a 1, e questo implica ridurre la trasmissione di almeno il 60%. Ad oggi, le uniche misure disponibili per rallentare l’epidemia consistono nel ridurre il numero di contatti all’interno della popolazione, ad esempio tramite misure di isolamento o di quarantena, che mirano a ridurre la probabilità di contagio.

Perché in Italia ci sono così tanti casi rispetto agli altri paesi europei?
La connettività dell’Italia con il resto del mondo è simile alla connettività di altri paesi europei, quindi è verosimile che il rischio di importazione del virus a cui è stata sottoposta l’Italia sia più o meno simile al rischio a cui sono stati sottoposti altri paesi Europei. Secondo i nostri modelli, passano dalle 3 alle 4 settimane prima che la trasmissione di questo nuovo virus si manifesti – questo accade perché passa del tempo tra il momento dell’infezione e il ricovero ospedaliero o la morte.

Molti hanno criticato le misure prese dal governo italiano come esagerate, Lei cosa ne pensa?
Il governo ha messo in atto misure stringenti per provare a limitare la diffusione geografica del virus e contenerlo all’interno di un’area ristretta nel Nord Italia. Misure simili sono state adottate in altri paesi, come ad esempio in Cina, dove l’epidemia è stata rallentata soprattutto nella provincia di Hubei, che è l’epicentro. Resta da verificare se l’impatto di queste misure sia duraturo nel tempo – la trasmissione potrebbe ricominciare nel momento in cui queste misure verranno tolte.

E’ possibile fare previsione per capire quanto durerà l’effetto di questo virus?
E’ troppo presto fare delle stime realistiche di quanto durerà questa epidemia. Teniamo presente che i primi casi confermati sono stati riportati solo una decina di giorni fa. Dobbiamo avere più dati per calibrare i nostri modelli ma sicuramente la durata dell’epidemia dipenderà dalle misure di contenimento che sono e saranno implementate.

@AgostiniMea