Il calcio italiano è malato e all’orizzonte non si intravede il vaccino

Le colpe di Ventura, il pessimo esempio di Tavecchio, la deviata cultura calcistica italiana, la povertà tecnica di questa generazione. Tutti ingredienti di un cocktail fatale per il nostro movimento.

Il calcio italiano è malato e all’orizzonte non si intravede il vaccino

 

Non accadeva da sessant’anni che la Nazionale italiana di calcio non si qualificasse per un Campionato del Mondo. Più precisamente dal 1958, anno in cui, ironia della sorte, veniva assegnata quella che allora veniva chiamata Coppa Rimet proprio in terra svedese. Di chi sono le responsabilità? Di Giampiero Ventura? Di Carlo Tavecchio? Della cultura sportiva del Paese? Cerchiamo di andare con ordine.

Le colpe di Giampiero Ventura sono inequivocabili. Dal punto di vista tattico perché un commissario tecnico deve essere in grado di adattare i suoi dettami tattici in funzione della rosa a disposizione, e quella degli Azzurri gridava vendetta nei confronti di un indigesto 3-5-2. Tutto il Paese, compresi i senatori secondo parecchi rumors giornalistici, spingevano infatti per un 4-3-3 che alla fine non è stato adoperato. Fa riflettere la scelta, letta da alcuni come sfida, di lasciare in panchina dal campo il figliol prodigo Lorenzo Insigne anche negli ultimissimi disperati minuti. Infine, dal punto di vista caratteriale per una presa sulla squadra che si è dimostrata essere fragilissima nel momento chiave. Si parla perfino di un suo «allora fatela voi la formazione» in risposta ai suggerimenti di alcuni senatori in vista della sfida di ritorno contro la Svezia. Filo in cui si inserisce il «non dobbiamo pareggiare, dobbiamo vincere» di De Rossi nei minuti finali. Per fare ciò che ha fatto Conte agli Europei bisogna avere una personalità ed un’autorità nello spogliatoio che l’ex tecnico granata purtroppo ha dimostrato di non avere. Forse anche per via di un curriculum non eccellente, impreziosito principalmente dalla brillante guida del Bari e dallo storico quinquennio al Torino. Ma se anche il suo ex presidente, Urbano Cairo, afferma che «non ho visto il Ventura che conoscevo» in quanto «sembrava più un ospite che un vero e proprio selezionatore», evidentemente qualche riflessione va fatta.

Forse abbiamo sopravvalutato la qualità di questa rosa. Certo, le colpe del tecnico sono inequivocabili, ma probabilmente era necessario rifondare la rosa stessa in questi due anni al fine di gettare le basi per la Nazionale del domani. Assurdo in questo senso richiamare un Andrea Barzagli che tanto ha dato alla causa azzurra e che aveva dichiarato di volersi ritirare dal giro: assurda per un discorso di rinnovamento ed assurda perché ingenerosa nei confronti di un giocatore che non meritava di mostrarsi “invecchiato” sulla scena internazionale. Chi al suo posto? Secondo la stampa nazionale i migliori prospetti difensivi sono Daniele Rugani e Matteo Caldara, rispettivamente chiamato quattro volte nella Nazionale maggiore e mai convocato. Due difensori di proprietà della Juventus, attualmente in maglia bianconera ed all’Atalanta, che però non sono minimamente paragonabili alla generazione d’oro dei vari Nesta, Maldini e Cannavaro, solo per citarne alcuni, pur considerando l’inflazione tecnica e tattica del calcio moderno. In questo senso fa riflettere anche, come letto in questi giorni “sfogliando” Facebook, che Riccardo Orsolini, indicato da molti come il miglior prospetto italiano classe ’97, faccia praticamente sempre panchina all’Atalanta con un allenatore attento ai giovani come Gian Piero Gasperini. Oppure come giocatori italiani che in Serie A hanno fatto la differenza in questi anni, come per esempio Ciro Immobile e Alessio Cerci, abbiano sfigurato in palcoscenici europei importanti come quelli di Borussia Dortmund, Siviglia e Atlético Madrid.

Gli Azzurri al termine della recente sfida con la Svezia che è costata la partecipazione ai Mondiali in Russia

Ora è il turno di Carlo Tavecchio, lo specchio culturale del calcio italiano. Sua la scelta di Ventura come CT, come dichiarato durante un’intervista al programma Le Iene, nonostante Giovanni Malagò, presidente del CONI, abbia dichiarato diversamente durante la successiva trasmissione Che tempo che fa. Una scelta, quella del CT, che ha permesso alla FIGC un risparmio di ben quattro milioni di euro di ingaggio in relazione a quanto avrebbe percepito Conte, come riportato dal sito Calcio e Finanza. Un allenatore criticato in maniera veramente poco elegante durante la suddetta trasmissione Mediaset, probabilmente con il fine di deresponsabilizzarsi. Il massimo vertice della Federazione si è reso protagonisti più volte di uscite che hanno fatto discutere. «Noi diciamo che Optì Pobà è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio», affermava durante un discorso durante l’assemblea della Lega Dilettanti riguardo il tesseramento di troppi giocatori stranieri. «Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sull’espressione atletica e invece abbiamo riscontrato che sono molto simili», affermò invece a proposito del ruolo delle donne nel calcio durante un’intervista a Report«Quell’ebreaccio di Anticoli» che comprò la sede della Lega Nazionale Dilettanti, così come il «tenete lontano da me gli omosessuali», resi noti dal quotidiano online Soccerlife.

Ma Tavecchio è solo lo specchio di un movimento calcistico malato come quello italiano. Si può parlare per esempio dell’odiosa pratica ormai diffusa di fischiare sistematicamente gli inni delle nazionali avversarie. È vero, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ma ultimamente la sensazione che il pubblico italico regala è quella di allergia verso di essi. A prova di ciò la sonora colonna sonora di sottofondo durante l’inno svedese, con tanto di reazione stizzita e giustificabile del difensore Mikael Lustig e con tanto di scuse sul pullman da parte di De Rossi. Reazioni? In terra svedese si critica il giocatore per la sua reazione offensiva verso il pubblico, in Italia si minimizzano i fischi, considerati come vendetta del famoso “biscotto” di EURO 2004. Ma si può andare ancora più a fondo, attraversando le serie minori e i campionati giovanili. Con figli idolatrati dai genitori che spesso li aizzano con frasi del tipo «spezzagli le gambe», e che frequentemente accusano l’arbitro di essere un «venduto» al primo fallo contro fischiato. Episodi di cui chi scrive è settimanalmente testimone e che alimentano l’abitudine molto italiana della creazione dell’alibi.

Un calcio che aveva la possibilità di essere rilanciato dopo Calciopoli ma che vede periodicamente un personaggio come Luciano Moggi ospite di varie trasmissioni come opinionista. Una società che da sempre porta l’Italia in giro per il mondo come la Juventus, per fare un esempio di una ahinoi lunga lista, che prima insiste pubblicamente sugli Scudetti revocati provocando solo timide reazioni da parte delle istituzioni; poi chiama inopportunamente a capo del J Medical un certo Riccardo Agricola, prima condannato, poi assolto ed infine prescritto in Cassazione per il processo doping nato dalla dichiarazioni di Zdeněk Zeman; infine intrattiene, nella figura di Andrea Agnelli, rapporti con ultrà appartenenti al mondo della ‘Ndrangheta che lo hanno portato alla condanna in primo grado durante l’apposito processo sportivo, in attesa della sentenza d’appello.

L’impressione è quella che si possa percepire lo stadio come una zona franca in cui le leggi dello Stato e la condotta morale vengano in un certo senso sospese. Così nasce il caso del motorino a San Siro durante una sfida tra Inter ed Atalanta, per esempio. Quale la reazione del pubblico? Una sonora risata. E come è possibile? Una delle concause è l’ascesa del fenomeno del Bomberismo, che da qualche anno a questa parte spinge il pubblico ad idolatrare giocatori, allenatori ed addetti ai lavori per la loro “ignoranza”, intesa come essere sopra le righe, agire in maniera incomprensibile e spesso dimostrare la propria ignoranza. Un fenomeno, quello del Bomberismo, che va a braccetto con un becero sessismo latente che in questo Paese si dimostra sempre molto fertile, alimentato dal culto delle Wags, ovvero delle compagne dei calciatori. Talvolta, e va detto, protagoniste attive di questo fenomeno sui vari profili social.

Mister Gian Piero Ventura aspramente criticato per le sue scelte nella recente sfida contro la Svezia

Ma non solo. Si potrebbe anche parlare della foto di Anna Frank con la maglia della Roma usata come sfottò da parte dei cugini laziali. Un gesto vile, che denota un’ignoranza insita in determinati ambienti ultrà e che ipocritamente ha guadagnato la ribalta mediatica, quasi come se episodi così non fossero mai accaduti. E quindi si doveva evitare di parlarne? Assolutamente no, anzi, è stato un bene. Ma il tutto diventa ipocrita quando non si prendono contromisure culturali, punitive e morali adeguate. Oppure quando il presidente Claudio Lotito prima condanna l’accaduto davanti alle telecamere, poi a microfoni spenti descrive l’incontro presso la Sinagoga di Roma come una «sceneggiata», come riportato da Il Messaggero.

«Ci sono troppi stranieri in campo», affermano esponenti politici e non solo strumentalizzando la disavventura mondiale dell’Italia. Come se nel 2006, anno della vittoria al Mondiale in Germania, non ci fossero giocatori stranieri. Sfogliando la classifica cannonieri al termine di quella stagione, infatti, si trovano due giocatori stranieri su tre sul podio (David Trezeguet e David Suazo), così come ben sei dei primi dodici. Certo, numeri inferiori da quelli attuali, ma pensiamoci: non è che forse attualmente è più facile reperire un giocatore straniero più talentuoso di un italiano? Oppure, non è che c’è meno coraggio di inserire un giocatore giovane italiano rispetto ad inserire un giocatore giovane straniero? A prova di questa seconda tesi si potrebbero utilizzare le parole di Beppe Marotta a proposito di Federico Bernardeschi, acquisto estivo della Juventus nonché uno dei migliori prospetti italiani. «Bernardeschi è del 1994, non ha ancora 24 anni e la maturità si raggiunge intorno ai 27», ha dichiarato il dirigente bianconero. «Non ha ancora 24 anni», sottolineo.

Poi si può parlare di stadi di proprietà, di investimenti sui settori giovanili, di ampliamenti dei settori legati alla comunicazione ed al marketing. Iniziative che spesso necessitano di liquidità e capitali stranieri, se non addirittura di presidenze straniere. Così accade che al Milan diventi proprietario il cinese Yonghong Li, il quale avrebbe però mentito sulle sue proprietà commerciali secondo un’inchiesta di The New York Times. Una Federazione che quindi non svolge sufficientemente (se non affatto) un ruolo di filtro e da controllo nei confronti di gestioni quantomeno “oscure”, come nel caso della rovinosa caduta del Parma di qualche stagione fa.

Quale quindi la soluzione per debellare le numerose malattie che affliggono il calcio italiano? Il timore è che si stia parlando un male incurabile se non con una svolta prima di tutto culturale nel Paese intero, che però pare lontana anni luce ai giorni nostri. Certo, vedere figure fuori dal giro come quella Paolo Maldini, che ha scritto la storia del calcio italiano venendo fischiato vergognosamente nel giorno del suo addio a San Siro (si riveda ciò di cui si parlava qualche paragrafo fa), grida vendetta per tutto il movimento. Così come grida vendetta vedere un allenatore come Antonio Conte, che finalmente aveva fatto appassionare il Paese alla Nazionale meno talentuosa degli ultimi anni, abbandonare la nave azzurra anche a causa del debole supporto da parte della Federazione soprattutto in materia di raduni periodici.

Nel frattempo nella giornata di ieri sono arrivate le dimissioni di Carlo Tavecchio, il quale ha chiesto invano anche le dimissioni dell’intero Consiglio Federale. Dimissioni che moralmente sarebbero dovute arrivare da tempo, come quelle di Ventura. Certo, per un allenatore la cui carriera probabilmente finirà qui quei soldi sono importanti e non si può criticare in maniera superficiale la scelta di non rinunciarvi. Tuttavia, se si rompe il silenzio minimizzando la débâcle e rivendicando la bontà del lavoro ad eccezione di poche sconfitte, allora la questione cambia e si torna alla moda molto italiana del «vinco anche quando perdo». Una strategia tanto inefficace dal punto di vista comunicativo quanto irritante dal punto di vista degli appassionati.

Certo, sarebbe comunque ingeneroso sfornare quel che di buono il calcio italiano sta producendo. Continuiamo ad avere la scuola di allenatori migliore al mondo, con tecnici capaci di insegnare calcio nei campionati maggiori, come Antonio Conte, Claudio Ranieri e Carlo Ancelotti; così come anche nei campionati minori, ricordando Massimo Carrera in Russia e Marco Rossi in Ungheria. Abbiamo sfornato un talento cristallino come Marco Verratti, nonostante non abbia brillato in questa fase di qualificazione. Abbiamo un campionato che finalmente sembra più equilibrato dopo il dominio bianconero negli ultimi anni. Abbiamo una Nazionale che spesso, anche se mai come ad EURO 2016, unisce un popolo intero e diventa portatrice sana di identità nazionale. Tutti aspetti positivi che farebbero ben sperare se non collocati in un contesto già ampiamente descritto. 

Una figura come quella di Carlo Ancelotti alla guida tecnica può portare serenità? Certo che può. Ma non illudiamoci, perché non curerebbe il calcio italiano. Fungerebbe, a meno di politiche calcistiche lungimiranti, solamente da anestesia in attesa di una progressiva involuzione. Vedasi l’esempio olandese, la cui nazionale non a caso è stata fuori da EURO 2016 e non si è qualificata neanche agli spareggi per Russia 2018.

Il calcio italiano è malato, è evidente. Ma ciò che è grave è che all’orizzonte non si intraveda ancora il vaccino.

Foto di apertura: Gian Piero Ventura e Carlo Tavecchio (fonte: Facebook)