L’università britannica “parla” italiano e teme le conseguenze della Brexit

La comunità accademica italiana in UK consiste di 5755 persone tra professori, ricercatori e studenti. L'Ambasciata a Londra ha condotto un questionario per capire l'attuale feeling

L’università britannica “parla” italiano e teme le conseguenze della Brexit

 

Mentre la discussione sul divorzio del Regno Unito dall’Unione europea prosegue e si inseguono le voci sui ripensamenti e su un nuovo referendum, il mondo dell’università britannica vive uno stato di preoccupazione, che riguarda gli allievi ma forse soprattutto i professori, schieratisi sin dall’inizio in una posizione contraria alla separazione.

Lasciare l’Unione europea, infatti, significa perdere un riferimento importante sotto il profilo del finanziamento per la ricerca scientifica, ma anche interrompere o rendere difficili collaborazioni che ormai esistono da decenni e, soprattutto, minacciare l’andirivieni dei cittadini europei che in Gran Bretagna insegnano e fanno ricerca. Secondo i dati dell’Higher Education Statistic Agency (HESA) nell’anno accademico 2014/2015 lo staff accademico di nazionalità non britannica ammontava al 28 per cento del totale e il 16 per cento era di cittadinanza europea.

Una fetta notevole del settore universitario, che per buona parte tiene alto il Tricolore. La comunità accademica italiana consiste di 5755 componenti dello staff che opera nelle università britanniche e, di fatto, rappresenta la seconda comunità accademica straniera più numerosa nel Regno Unito, dopo quella tedesca. A questo numero, poi, vanno aggiunti 6749 studenti di dottorato di ricerca e dei master, che arrivano dal bacino italiano. Un popolo che ora si trova a fare i conti con le sorprese del divorzio dal Vecchio Continente.

Secondo il professor Roberto Di Lauro, addetto scientifico dell’Ambasciata Italiana a Londra “questa presenza massiccia segnala che la scuola italiana forma allievi di eccellenza, che trovano spazio, sia come studenti che come docenti, nel competitivo mondo britannico”. Secondo i dati che ha raccolto, l’età media degli accademici italiani si aggira intorno ai 38 anni. Le aree del sapere di cui si occupano sono le scienze della vita, la fisica, l’ingegneria e le scienze sociali e umanistiche.

La capitale, sede di prestigiosi atenei, ospita una gran parte della comunità accademica italiana, con un totale di 2042 persone (pari a circa il 35 per cento), anche se solo il 18 per cento dell’intera comunità accademica è impiegata in città. Nutrite presenze si registrano anche ad Oxford (334 membri), Cambridge (269), North London e Birmingham (241), Manchester (195), mentre per quanto riguarda la Scozia, Edimburgo supera Glasgow con 163 italiani contro 151.

In questo ritratto degli accademici italiani in terra anglosassone, va segnalato che la maggior parte della comunità accademica (circa il 50 per cento) si concentra nelle università del Russell Group, il gruppo delle 24 Università britanniche considerate di eccezione). Tra le università che ospitano il più alto numero di accademici e ricercatori italiani figurano, nell’ordine, University College London (334), King’s College London (245), Oxford (243), Imperial College London (235), Cambridge (211),Manchester (141), Queen Mary University of London (135), London School of Economics (124), Edinburgh (112), Southampton (103), Warwick (101) e Nottingham (97).

Per tutti i professori e ricercatori italiani la scelta della Brexit ha rappresentato una sorpresa. Come dimostra anche un sondaggio stilato dal professor Di Lauro. Il questionario, intitolato “Gli effetti della Brexit sugli accademici e ricercatori italiani nel Regno Unito”, è stato distribuito al database ufficiale di 2789 contatti in ambito accademico dell’Ambasciata e ha ricevuto 632 risposte. Un campione sufficiente per tastare il polso della situazione e scoprire che, dopo il voto, l’82 per cento dei docenti ha cominciato a valutare l’ipotesi di lasciare il Regno Unito per tornare in patria o trasferirsi altrove, mentre solo il 18 per cento si è detto convinto di rimanere al proprio posto.

L’elemento più allarmante, comunque, riguarda il fatto che l’81 per cento degli interpellati ha confermato di aver assistito a effetti negativi della Brexit nel proprio lavoro, direttamente o indirettamente, ad esempio con il calo del numero degli studenti europei, il senso generale di insicurezza, l’esclusione dai progetti dell’Unione e una difficoltà a collaborare con i colleghi europei, che non si era mai registrata prima.

Tanto che solo il 26 per cento degli accademici è convinto di non essere stato vittima di discriminazioni nelle applicazioni per fondi europei. Il 61 per cento sostiene di non sapere se questo sia accaduto mentre il 12 per cento ha avuto un’esperienza diretta di discriminazione. Segno che il divorzio ha degli effetti collaterali, che potrebbero pesare sul futuro di un settore chiave per lo sviluppo del Regno Unito come del Vecchio Continente.


Articolo realizzato in collaborazione con SI-UK, società specializzata nell’assistere studenti internazionali interessati a frequentare l’università UK. Per maggiori informazioni visita il sito www.studyin-uk.com