L’università britannica cambia volto, anche i prof ora scioperano

A rischio i 160 docenti della Manchester Metropolitan University di Crewe dopo l'annuncio che verrà chiusa

L’università britannica cambia volto, anche i prof ora scioperano

 

Gli scioperi di autisti di autobus, medici, infermieri e operai sono ormai un’abitudine, in Gran Bretagna come in Italia, ma la prossima settimana lo strumento dell’astensione del lavoro diventerà operativo anche per i professori universitari.

Lavoratori che fino ad ora non avevano approfittato di questa possibilità, forse perché non erano mai stati toccati dai tentacoli della crisi. Che di recente, invece, complice la Brexit e l’alta competitività, hanno raggiunto anche il mondo accademico inglese.

A promuovere lo sciopero saranno i professori della Manchester Metropolitan University di Crewe, che rappresenta il più grande centro di educazione universitaria nel Cheshire. Un luogo di successo e di concentrazione di ingegni e sogni, fino a quando in febbraio è stato annunciato che l’ateneo dovrebbe chiudere con l’estate del 2019 e 160 dei suoi docenti potrebbero rimanere senza un lavoro.

Una rivelazione che spiega lo sciopero annunciato per i prossimi giorni, che si protrarrà per 48 ore, ma che spinge a qualche riflessione anche gli studenti e i professori di altre università. Perché quello della MMU non sembra essere un caso isolato.

In base ad alcuni dati recenti in giro per la Gran Bretagna sono molte le università che si stanno preparando a una riorganizzazione, dovuta alla competizione feroce e anche alle paure collegate all’uscita dall’Unione europea. Il numero degli studenti continua a crescere e soprattutto nelle università di alto livello, quelle riunite nel Russell Group, mentre in molti altri atenei si registrano delle flessioni.

I fattori scatenanti sono parecchi, non ultimo il fatto che gli atenei top abbiano iniziato una politica di reclutamento che offre sconti ai giovani di talento, quando provengono da ambienti disagiati. Insomma, quasi una specie di caccia all’allievo, che ovviamente incide poi sui numeri degli iscritti nelle altre università.

Molti osservatori sostengono che, in prospettiva, si andrà incontro a una fusione dei piccoli atenei, che per tenere testa alla sfida dei grandi come Oxford e Cambridge, saranno costretti a unirsi. Secondo alcuni esperti, inoltre, il Governo avrebbe in anni recenti favorito le università che si occupano di ricerca avanzata a discapito di quelle che hanno un approccio operativo e magari un collegamento con il mondo del lavoro a livello locale.  Fattori che complicano l’universo accademico britannico, ma finiscono per avere ripercussioni anche sugli allievi che vengono da lontano.

A guardare bene si prospettano scenari molto diversi, che diventeranno più chiari soltanto con il passare dei mesi. Di certo, per ora, c’è solo il progetto di chiusura della MMU e la delusione dei docenti e ricercatori, che magari per anni si sono dedicati all’ateneo senza prendere un giorno di ferie e ora si trovano precipitati in un regime di incertezza.

Scioperare per loro è strano, ma forse si tratta dell’unico sistema per sollevare un problema e chiedere anche al mondo della politica di fare qualche riflessione. Benché, in questo periodo, i membri del Parlamento siano già abbastanza sotto pressione, con un governo incerto e sollecitazioni a livello internazionale tutt’altro che semplici da sopportare.

Articolo realizzato in collaborazione con SI-UK, società specializzata nell’assistere studenti internazionali interessati a frequentare l’università UK.  Per maggiori informazioni visita il sito www.studyin-uk.com