Elezioni generali, tutti i candidati per il numero 10 di Downing Street

Nel Regno Unito è iniziata ufficialmente la campagna elettorale che porterà al voto del 12 dicembre

Elezioni generali, tutti i candidati per il numero 10 di Downing Street

 

Con lo scioglimento della Camera dei Comuni, ufficializzato ieri da una visita formale di Boris Johnson alla Regina Elisabetta per informarla delle elezioni anticipate il 12 dicembre, nel Regno Unito entra nel vivo la campagna elettorale.  Una campagna che durerà cinque settimane e che ha già avuto un inizio col botto, inaugurata da dimissioni, toni accesi e dibattiti tra partiti in carica. Ma chi sono i candidati e cosa chiedono? vediamolo insieme.

Con la Brexit ora rimandata a gennaio 2020, la priorità di Boris Johnson e del partito conservatore diventa assicurare quella maggioranza necessaria a portare a compimento l’uscita del paese dall’Unione Europea entro la nuova scadenza. Lo slogan del partito è sempre lo stesso, e pone al centro la questione Brexit: “Get Brexit Done”, facciamo la Brexit, per andare avanti e discutere di altre questioni in Parlamento.

Opposta la strategia del partito del Labour, e del suo leader Jeremy Corbyn. Il messaggio della campagna labourista vede la Brexit solo di sfondo, mentre al centro Corbyn promette di “ricostruire” i servizi pubblici e risolvere i problemi di corruzione, evasione fiscale e inquinamento ambientale. Nel suo discorso al Battersea Arts Center settimana scorsa, Corbyn ha ribadito l’intenzione di rinegoziare un nuovo accordo con l’Unione Europea nei prossimi tre mesi da poi proporre al giudizio dei cittadini tramite referendum nei prossimi sei.

Per un secondo referendum anche i liberal-democratici di Jo Swinson, che alle scorse elezioni avevano ottenuto un successo notevole. Partito apertamente contrario alla Brexit, chiedono una cancellazione della Brexit e della vecchia élite. Il partito ha inoltre stretto un accordo con gli altri partiti pro-Remain – il Green Party, il partito ambientalista, e Plaid Cymru, il partito del Galles – dove i tre gruppi politici accettano di non concorrere l’uno contro l’altro nella vittoria in alcuni seggi.



In corsa anche il Brexit party di Nigel Farage, dagli obiettivi decisamente più estremisti. L’ex leader dell’UKIP, partito indipendentista, e “padre” della Brexit, che ha anche fatto sapere che non si candiderà come membro del parlamento, vede il deal di Johnson come un “tradimento” degli ideali di Brexit, e promuove invece ad un No Deal, un’uscita senza accordo.

Al centro della campagna dell’SNP, il partito nazionalista scozzese, c’è invece un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. La leader del partito Nicola Sturgeon lo promette da tempo: “se l’SNP dovesse vincere le elezioni, per noi sarà un richiamo inequivocabile per l’indipendenza” ha dichiarato. Sul manifesto elettorale, che verrà scoperto più tardi verso le 11 di questa mattina a Edimburgo, anche nuove leggi contro la privatizzazione dell’NHS (il servizio sanitario inglese) e la promessa di impedire qualsiasi accordo con il Presidente americano Trump al riguardo.

Quelle del 12 dicembre sono state definite da molti commentatori tra le più incerte della storia del paese dal secondo dopoguerra. Al centro c’è ovviamente la Brexit, ma anche spesa pubblica, tasse, servizio sanitario e politica estera. Se i sondaggi danno per il momento in vantaggio il partito conservatore di Boris Johnson, meno facile  prevedere il risultato finale del voto. Quello che è certo è che il 13 dicembre avremo un Regno Unito molto diverso, e un elettorato stanco di sentire parlare di Brexit e politica.

@AgostiniMea


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