Brexit, stasera si vota per l’accordo: tutto quello che c’è da sapere

Questa sera alle 7 pm Westminster deciderà se sostenere l'accordo di Theresa May. La leader probabilmente perderà: ecco cosa accadrà dopo.

Brexit, stasera si vota per l’accordo: tutto quello che c’è da sapere

 

Il momento è arrivato. Alle sette di stasera il Parlamento voterà l’accordo su Brexit negoziato con l’Unione Europea dal governo di Theresa May. La sconfitta è praticamente certa: si tratta di limitare i danni, di non perdere, cioè, con uno scarto di oltre 100 deputati: se così fosse, il rischio è che il Paese vada incontro a nuove elezioni.

La premier arriva al voto stanca, dopo una campagna promozionale logorante per “vendere” al paese e alla Camera  l’intesa negoziata con Bruxelles.

Chi si oppone all’accordo?

L’accordo è stato variamente osteggiato, ma spicca, ovviamente, il mancato appoggio di molti conservatori: un nutrito gruppo di membri del Parlamento lo ritiene poco soddisfacente per il Regno Unito, e tra questi,  in prima fila, gli ex ministri Boris Johnson e David Davis. Scettici anche i nordirlandesi del DUP (grazie a cui il governo si regge in piedi) e gli scozzesi dello Scottish National Party, contrari a ogni forma di Brexit. “No” voterà, ovviamente, anche il partito laburista di Jeremy Corbyn.

Chi lo sostiene?

Il fronte del sì comprende sostanzialmente i deputati conservatori fedeli alla May, i ministri in carica e alcuni ribelli dell’opposizione laburista.

Cosa accadrà al Governo se l’accordo non passa?

In caso di sconfitta, stasera stessa o domani Corbyn potrebbe chiedere un voto di fiducia per mettere alla prova la tenuta della maggioranza.  Se May riuscisse a superarlo, il leader laburista potrebbe valutare l’ipotesi di chiedere un secondo referendum.  Con una sconfitta della premier, invece, nuove elezioni sarebbero pressoché inevitabili. A quel punto partirebbe una campagna elettorale feroce che, probabilmente, fornirebbe indicazioni fresche sugli orientamenti del paese.

Non va dimenticato  che l’attuale Parlamento è stato eletto a metà del 2017, quando l’opinione che il Regno Unito potesse avere la meglio nelle trattative con Bruxelles era ai massimi storici. Le cose sono cambiate da allora: la UE è riuscita a tenere il punto, ottenendo un testo sbilanciato a proprio favore. La campagna populista aveva raccontato solo i benefici della Brexit, tralasciando i punti oscuri e i rischi.  Naturalmente, un rinnovo del Parlamento non significa automaticamente che si possa cambiare l’esito del referendum: molto dipenderà da come sarà impostata la campagna elettorale, dal fatto – cioè – che si offra agli elettori una alternativa tra netta tra Leave e Remain.

Cosa accadrà, invece, al Paese se l’accordo non passa?

Se le opzioni per il governo sembrano abbastanza definite, non è ancora chiaro cosa accadrà al Paese. Il Regno Unito ha bisogno di una sola cosa: tempo. Ma i fogli del calendario volano veloci, e la primavera dista poco più di due mesi. Se Westminster non approverà il testo stasera, si creerà una sorta di impasse. May tornerà a Bruxelles per negoziare condizioni migliori, e non è detto che le ottenga. La premier potrebbe quindi chiedere all’Unione di posticipare la data di uscita, o revocare unilateralmente l’innesco dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona  – possibilità confermata come nelle scorse settimane dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Ma Bruxelles ha chiarito che in questo caso la revoca non potrebbe che essere definitiva, basata, cioè, su una dichiarazione vincolante che il Regno Unito intende restare nell’Unione.

Esiste la possibilità di concedere una dilazione di qualche mese ?

Teoricamente si, ma al riguardo serve una votazione unanime dei Ventisette. A Bruxelles, in ambienti diplomatici citati dalla stampa britannica, qualcuno ritiene sia possibile ottenere una proroga, a condizione che il ritardo sia inteso ad ammorbidire l’uscita rendendola un’arma spuntata. Insomma, trasformare la Brexit in una fake news populista, senza cambiare, nella sostanza, molto dei rapporti della Gran Bretagna con l’Unione. In realtà è improbabile che sia così: il motivo per cui il testo non sarà votato stasera è esattamente che è troppo sbilanciato a favore dell’Unione Europea.

Perchè qualcuno sostiene il no-deal nonostante i rischi?

Senza tempo, e senza accordo, si profila il temuto scenario no-deal. Difficoltà di approvvigionamento, scarsità di medicine, logistica in tilt alle frontiere, addirittura aerei fermi a terra: un’apocalisse nei primi mesi. Come si può spingere per questa opzione? Semplice: chi la sostiene ritiene si tratti di una sorta di “crisi di astinenza” da superare, per quanto drammatica, per riguadagnare piena sovranità e liberalizzare l’economia. Totalmente al di fuori dell’Unione, la Gran Bretagna diventerebbe un paradiso dell’impresa e del libero mercato che farebbe tremare i polsi al resto del mondo attraendo capitali e investimenti. Una scommessa estremamente rischiosa; ma si sa, da queste parti c’è chi ama il gioco.

Qual è la posizione dei laburisti? E di Corbyn?

Non è chiara. Jeremy Corbyn voterà contro questo accordo, ma non ha mai detto se  personalmente sostenga o meno l’uscita dall’Unione. Fino a pochi giorni fa il leader  ha dichiarato che, anche in caso di elezioni anticipate e vittoria del Labour, la Brexit si farà. Nelle ultime ore, quelle decisive, però, non ha ribadito il concetto, e si è anzi, schermito. Non solo. A settembre il congresso del partito laburistaha votato ad ampia maggioranza una mozione per chiedere un secondo referendum in caso si profilasse una uscita senza accordo. Lui ha raffreddato gli animi, affermando tiepidamente che rispetterebbe la mozione dei colleghi, e dribblando la domanda su cosa pensi personalmente. In pratica, dal 2016 Corbyn ha sempre cercato di evitare di rispondere con precisione, lasciandosi ampi margini di manovra. La tattica potrebbe rivelarsi un capolavoro politico nel caso fosse un Remainer e  il RegnoUnito finisse per restare in Europa: non contribuendo a  infiammare lo scontro con i populisti, il leader avrebbe lasciato che i Leavers si logorassero da soli. Inoltre, non proponendo da principio un ritorno alle urne,  avrebbe anche rispettato il parere popolare. Ma si tratta dell’ipotesi migliore: dietro all’ambiguità del canuto parlamentare socialista potrebbe nascondersi semplicemente la volontà, machiavellica, di saltare sul carro del vincitore. Qualunque sia.

@apiemontese