Grecia: dopo il referendum, cosa può succedere

Il No ha chiuso lo spazio a ulteriori negoziazioni, sempre più probabile il ritorno alla dracma

Grecia: dopo il referendum, cosa può succedere

 

Cercando di comprendere la situazione in Grecia dopo il voto di domenica, ci si imbatte in una miriade di voci piu o meno confuse che nella maggior parte dei casi gridano al complotto delle istituzioni finanziarie nei confronti del popolo ellenico.

La crisi greca è iniziata quando, nel 2008, il nuovo governo di Papandreu scoprì che i conti del Tesoro erano palesemente truccati: invece del dichiarato 3,8% di deficit, il paese viaggiava al 14,7%. Il precedente governo conservatore guidato da Costas Karamanlis aveva portato il debito pubblico da 160 a 300 miliardi in 4 anni. Tutti i benefici al tasso di interesse sul debito pubblico derivanti dall’entrata nell’Eurozona svanirono e i creditori iniziarono a sfiduciare la Grecia e gli altri paesi della periferia, compresa l’Italia. Il Fondo Monetario Internazionale e gli altri componenti della troika imposero misure di austerity in cambio di liquidità per affrontare la crisi.

Giungiamo quindi ai giorni nostri, con la persistente incapacità del paese di far fronte ai pagamenti concordati. Nel 2011 l’Italia era sotto attacco da parte dei creditori, il parlamento elesse il 26 novembre dello stesso anno un governo tecnico, capace di calmare le acque e riportare il tasso sul debito a valori considerati normali. Il popolo greco è stato chiamato alle urne eleggendo un governo di sinistra, che storicamente non è avvezza a trattare con le grandi banche d’affari. L’idea del referendum può essere letta come una grande dimostrazione di democrazia o come il tentativo di un giovane politico, Tsipras, di non prendersi responsabilità per una decisione che avrebbe potuto troncare la propria carriera. Il No uscito dalle urne rende estremamente difficili le negoziazioni future, rendendo palese la preferenza del popolo per un’uscita dall’Eurozona rispetto ad ulteriori tagli e riforme necessari per accontentare i creditori.

Tutto ciò ha creato una tempesta perfetta, con barricate da entrambe le parti. Non ci resta che vedere se la Grecia sara’ in grado di trovare un accordo per pagare 3,6 miliardi prima del 20 luglio 2015. Il mancato pagamento innescherebbe una procedura di bancarotta e probabilmente l’uscita della Grecia dall’area Euro.

Da un punto di vista dei mercati, non dovrebbero esserci scosse enormi, tranne forse per gli istituti finanziari con esposizione importante verso il paese. La mia opinione è che i grandi investitori hanno avuto molto tempo per prepararsi al peggio, chiudendo le posizioni più rischiose e coprendo con derivati quelle che hanno un potenziale nel lungo periodo. I due o tre giorni di caduta degli indici europei saranno probabilmente visti come un’occasione di investimento. Il cambio Euro-Sterlina subirà la stessa sorte, con la moneta unica che si è indebolita già pesantemente negli scorsi mesi, lasciando poco spazio a nuove posizioni speculative.

Ho personalmente trovato interessante l’articolo proposto da lavoce.info, che prende in considerazione una delle ipotesi più di moda al momento: il taglio del debito greco. Il paese infatti ne ha già beneficiato nel 2011, per 100 miliardi. Per l’autore l’unica strada per uscire dalla crisi è mantenere la pressione riformistica su Atene: concedere un nuovo haircut darebbe nuove scuse al governo per non agire.

Al momento sembra che l’esito più probabile sia l’uscita dall’area Euro, con un ritorno alla Dracma. Ciò si accompagnerebbe ad una grande svalutazione della nuova (vecchia) moneta, aiutando le esportazioni (poche) e il settore turistico, mettendo però pressione sul costo dell’energia e sul prezzo delle importazioni. Lo scenario alternativo puo’ arrivare da un salvataggio dell’ultimo minuto con condizioni ancora da definire, dato che i greci non possono più accettare le proposte attuali, rigettate con il referendum.

 

Federico Lago

Londra, 7/7/2015