Brexit, col “No Deal” strada spianata al “fake” made in Italy sul mercato inglese

Senza accordo l'UK potrebbe aprirsi a Stati Uniti, Canada e Australia tra i maggiori contraffattori di Grana, Parmigiano e altri prodotti agroalimentari italiani

Brexit, col “No Deal” strada spianata al “fake” made in Italy sul mercato inglese

 

Battute finali tra Londra e Bruxelles sulla vicenda Brexit in vista della fine del periodo transitorio prevista tra due settimane, ossia la notte del 31 dicembre.

I tavoli di discussione attualmente in corso tra Regno Unito ed Unione Europea sono seguiti con molto apprensione anche dagli altri 27 stati membri, dato che in base agli accordi che verranno raggiunti, cambieranno i rapporti che i singoli stati avranno con l’UK.

Tra questi c’è l’Italia che, proprio negli ultimi giorni, si è espressa in merito su quanto sta attualmente accadendo e sui timore che un eventuale No Deal potrebbe generare delle conseguenze molto pesanti alla propria economia.

Ad esprimersi in merito è stata la Coldiretti, che con i suoi 1,6 milioni di associati è la più grande organizzazione agricola europea.

Senza accordo sulle regole con l’Unione Europea, il Regno Unito rischia di diventare il porto franco del falso made in Italy in Europa per la mancata tutela giuridica dei marchi dei prodotti italiani a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp), che rappresentano circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare tricolore”: questo il monito del presidente dell’associazione, Ettore Prandini.

Per la Coldiretti l’UK potrebbe infatti diventare un porto franco per l’arrivo di prodotti agroalimentari di imitazione del made in Italy che nel mondo fatturano 100 miliardi di euro e che vedono tra i maggiori contraffattori gli Stati Uniti, con cui gli inglesi hanno stretto un accordo commerciale, ma anche il Canada e l’Australia che fanno parte del Commonwealth.

Tra i prodotti che potrebbero subire il maggior contraccolpo economico ci sono il Grana ed il Parmigiano Reggiano, che incidono per circa il 30 per cento sul totale dell’export agroalimentare verso il Regno Unito, e che senza protezione europea rischiano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da paesi extracomunitari.

A seguire c’è il vino che complessivamente fattura sul mercato inglese quasi 827 milioni di euro all’anno, spinto dal boom del Prosecco Dop con 348 milioni di euro. Tra gli altri prodotti agroalimentari italiani più venduti in UK c’è l’ortofrutta fresca e trasformata come i derivati del pomodoro con 234 milioni, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva.

La mancanza di un accordo è lo scenario peggiore perché rischia di rallentare il flusso dell’export, ma a preoccupare è anche il pericolo che con l’uscita dall’Unione Europea si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane”, ha aggiunto Prandini. “Un esempio è l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che boccia ingiustamente quasi l’85% del made in Italy a denominazione di origine (Dop)”.

Ma le cose potrebbero cambiare se nelle prossime due settimane Londra e Bruxelles riusciranno a raggiungere un accordo che potrà tutelare anche la produzione agroalimentare italiana.

@AleAllocca


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