Roberto Saviano: “Londra è la ‘mente’ del narcotraffico mondiale. La soluzione? Legalizzare”

Fondamentale il ruolo dell'opinione pubblica: "Perché è il lettore, non lo scrittore, che fa paura alle mafie”

Roberto Saviano: “Londra è la ‘mente’ del narcotraffico mondiale. La soluzione? Legalizzare”

 

“Se il narcotraffico fosse un corpo, avrebbe il cuore in Messico e la testa a Londra”. È con questa metafora che Roberto Saviano, in visita nella capitale britannica, riassume il tema principale di ‘Zero Zero Zero’, il romanzo-inchiesta sulla cocaina pubblicato in Italia nel 2013 e appena uscito nel Regno Unito.

In un incontro da tutto esaurito organizzato da Intelligence²  e moderato  dal corrispondente estero della BBC Fergal Keane, lo scrittore napoletano ha illustrato al pubblico accorso alla Royal Geographical Society le implicazioni economiche del commercio del ‘petrolio bianco’, ponendo l’accento sull’ubiquità della cocaina, droga assurta a simbolo del capitalismo, a benzina di un sistema con un giro d’affari da 400 miliardi di dollari.

“Il flusso di denaro generato dalla cocaina è immenso, è l’unica economia paragonabile al petrolio. È la droga del nostro tempo, la droga del “fare, fare, fare”, la sostanza simbolo del turbocapitalismo”, ha spiegato Saviano accendendo i riflettori su Londra, città “dal grande consumo, tra i più grandi al mondo”, in cui le banche, complice la crisi economica, svolgono un ruolo-chiave nel circuito del riciclaggio di denaro sporco.

“Le banche non hanno sempre aperto ai denari delle mafie. Negli anni ’80 e ’90 avevano timore dei capitali mafiosi per paura che potessero condizionare i consigli di amministrazione. Poi qualcosa è cambiato: la crisi economica ha portato via molto cash, e chi ha liquidità ha potere”.  Le difese immunitarie delle banche si sono abbassate, e per soddisfare il grande fabbisogno di liquidità che richiedono i mercati finanziari globali, gli istituti di credito hanno aperto i forzieri al denaro del narcotraffico. A tal proposito, Saviano ha ricordato una denuncia dell’Onu secondo cui molti istituti di credito europei si sono salvati dalla crisi anche perché hanno assorbito un ingente fetta del flusso economico derivante dal commercio di droga.

“Il capitalismo ha bisogno delle economie criminali”, ha affermato Saviano senza mezzi termini, portando l’esempio della banca britannica HSBC, multata per 1,9 miliardi di dollari nel 2013 per aver riciclato centinaia di milioni di dollari derivanti dal traffico di stupefacenti di uno dei più grandi cartelli messicani, il Sinaloa.

E la risposta dei governi? “Nessuna, né per smentire, né per approfondire”. Ed è incredibile, riflette il giornalista, come l’opinione pubblica in Europa, e nel Regno Unito in particolare, ignori completamente il ruolo del denaro del narcotraffico nei loro Stati.

“Ci sono due nazioni in Europa che da dieci anni bloccano qualsiasi legge sul riciclaggio di denaro sporco, e sono il Regno Unito e l’Austria. Londra è diventata la piattaforma mondiale del riciclaggio, eppure nel dibattito politico inglese non c’è stata mai nessuna parte politica che abbia sollevato il problema”. E la ragione di questo apparente disinteresse, secondo Saviano, risiede nel fatto che i cittadini britannici considerano questo tema come distante, perché “non vedono i giudici uccisi, non vedono i giornalisti uccisi, perché vengono ammazzati lontano da loro”

Ecco perché, secondo Saviano, la politica inglese non affronta il problema, “perché non ha la pressione della società civile, che io spero, nel mio delirio di onnipotenza letterario, di innescare”, ha scherzato. “Qui in UK l’opinione pubblica ha potere, può davvero cambiare le cose. Faccia pressione, scriva, ne parli, coinvolga la Regina. Perché qui può molto, moltissimo”.


Moltissime le domande, semplici e dirette, che sono state rivolte dalla platea al giornalista. “Cosa possiamo fare, noi?” Chiede un ragazzo. Brillante la risposta di Saviano: “Prendere tempo per approfondire. E condividere, parlare, accendere il dibattito, tenere vivo il problema. Perché è il lettore che fa davvero paura alla criminalità organizzata, non lo scrittore”.

“Non ti preoccupa diventare così ossessionato dal problema da ricondurre tutto alla cocaina?”, gli ha chiesto Fergal Keane. “L’ossessione è il motore che mi porta a scavare, a portare alla luce connessioni che sono evidenti. Se investo 1.000 dollari in Apple, dopo un anno me ne ritrovo 1.400, 1.500. Se li investo in cocaina ne guadagno 182mila, come certificato dai dati della DEA” (Drug Enforcement Administration, l’agenzia anti-droga americana, ndr).

Cifre da capogiro, numeri che portano a domandarsi: se l’economia globale è così dipendente dal denaro del narcotraffico, se le infiltrazioni sono così disparate e pervasive, è davvero possibile vincere la guerra contro la droga? “Non lo so, ma di certo la si può combattere, e Giovanni Falcone, che aveva capito l’importanza di guardare al sistema nel suo complesso, e non al killer, allo spacciatore o all’assessore corrotto, ne è un esempio”.

Esiste una soluzione al problema? “Sì: legalizzare. È il più grande gesto antimafioso che possa essere fatto in questo momento, perché andrebbe a erodere moltissimo capitale alle associazioni criminali”.


Saviano ha anche parlato della sua infanzia e degli inizi come reporter nelle strade di Napoli, terra di guerra negli anni ‘80, definendo l’omicidio di camorra di Don Giuseppe Diana come un ‘punto di non ritorno‘ “Io avevo sedici anni, lui trenta. Aveva scritto un documento dal titolo ‘Per amore del mio popolo, non tacerò’ e venne ucciso in Chiesa, gli spararono in faccia. Un omicidio simbolico, un evento fondamentale nella mia vita”.

Lo scrittore ha risposto alle critiche dei tanti detrattori che lo accusano di diffamare Napoli con il suo lavoro. “Io non racconto Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli, mostrando che il problema è altrove. Cerco di dimostrare che i traffici che arrivano in città vengono poi versati nel nord Italia, nel nord dell’Inghilterra, in Scozia, in Germania, in Australia”.

Nel suo racconto degli anni passati a scrivere di camorra c’è spazio sia per le polemiche – “Quando scrissi per la prima volta della Terra dei Fuochi, nome preso da un dossier di Legambiente che all’epoca passò inosservato, nessuno ci credeva” – sia per gli aneddoti da ‘gangster movie’, con il boss Michele Zagaria che in occasione di un incontro con gli imprenditori incaricati di costruire la Tav si fa trovare con una tigre al guinzaglio, o la storia dei cartelli russi, che in cambio di una fornitura di cocaina offrono ai ‘colleghi’ colombiani un sommergibile dell’Armata Rossa.

“Con la camorra, la realtà supera l’immaginazione, e la logica delle fiabe viene sovvertita…”, ha osservato amaro Saviano, che in chiusura ha risposto a una ragazza che gli ha chiesto cosa significhi vivere ogni giorno da recluso.

La risposta del giornalista è stata sincera e accorata: “Se mi pento di quello che ho fatto? Tutti i giorni. Rimpiango, ma non rinnego. Ne vale la pena? Ho 35 anni, vivo così da quando ne avevo 26. Ma so che mi è andata bene. Gli altri sono morti, perché ammazzati o dimenticati. Io sono qui. E ogni giorno in più mi rammenta che è già tanto”.

Eugenio Montesano

Londra, 5/7/2015