Nomine dei direttori di musei: abbiamo davvero appaltato la cultura italiana all’estero?

Il commento di Nicola Stoia, esperto d'arte e blogger

Nomine dei direttori di musei: abbiamo davvero appaltato la cultura italiana all’estero?

 

Venti nuove nomine alla guida di alcuni dei principali musei italiani, sette (il 30%) sono stranieri. È una percentuale tale da giustificare il putiferio seguito all’annuncio?  Fra alcuni politici e autorevoli storici dell’arte si è gridato alla colonizzazione; ma, come sempre, bisogna distinguere.

Liberiamoci della polemica sterile, fine a se stessa. Pretendere che i direttori dei nostri musei siano italiani sembra lo specchio di uno sterile nazionalismo più che di un ragionamento oculato. In un mondo in cui si discute di Europa unita e di globalizzazione, discutere di barriere e confini in un ambito, la cultura, che li travalica per definizione appare fuori luogo.

L’Italia si vanta di avere il 50% del patrimonio artistico mondiale (dato totalmente falso e pregno di orgogliosa retorica): vogliamo trasformare questo patrimonio dell’umanità in un patrimonio esclusivamente italiano?

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Eike Schmidt, 47 anni, tedesco, nuovo Direttore degli Uffizi

Seguendo questa logica, dovremmo definire “invasori” tutti i nostri connazionali che, meritevolmente, sono stati chiamati in questi anni a dirigere istituzioni e prestigiosi musei nel mondo. Stiamo parlando di personalità del calibro di Massimiliano Gioni (direttore del New Museum di New York), Gabriele Finaldi (promosso da poco alla guida della National Gallery di Londra), Andrea Lissoni (film and international art curator alla Tate Modern), Mario Codognato (curatore capo del dipartimento di arte contemporanea del Museo del Belvedere di Vienna), Claudia Ferrazzi (ai vertici del Louvre) e Claudia Antonelli (curatrice del Dipartimento di Architettura e Design del MoMa di New York).

Affrontare la questione sotto il profilo della nazionalità, come vorrebbero farne i soliti demagoghi della politica vuol dire sparare a zero sulle scelte del Ministero con l’unico obiettivo di fare opposizione, ma senza centrare il vero tema.

Una critica motivata è arrivata, invece, da Vittorio Sgarbi. L’ex assessore alla Cultura del comune di Milano ha parlato di un metodo di scelta, quello concorsuale, sbagliato: “Non c’è un solo vincitore di questi concorsi per il museo che valga più di un funzionario interno della sovrintendenza – ha commentato – Quello che ha vinto è sempre meno titolato, sia per quello che ha scritto sul piano scientifico, sia per quello che ha fatto. Un concorso è fatto di titoli oggettivi; se volevano fare quello che hanno fatto, avrebbero (il governo, ndr) dovuto utilizzare la nomina diretta, come accade per i ministri.”

Gabriel Zuchtriegel
Gabriel Zuchtriegel, 34 anni, tedesco, nuovo direttore del Parco Archeologico di Paestum

In buona sostanza, secondo Sgarbi, se si voleva cambiare passo in maniera così netta inoculando energie nuove provenienti da contesti internazionali, occorreva assumersene la responsabilità politica, senza cercare il cappello di un concorso in cui ai parametri oggettivi si è affiancata una valutazione discrezionale che ha suscitato perplessità. La critica riguarda la burocrazia, secolare tallone d’Achille del sistema Italia.

E ancora. Il male del sistema culturale italiano è davvero solo un problema di nomi o piuttosto di metodi vecchi e apparati che frenano ogni nuova iniziativa e decisione? Parecchi dei problemi di gestione sono dovuti almeno in parte una serie di regole e cavilli burocratici che hanno rallentato se non addirittura impedito qualsiasi tipo di innovazione: quella burocrazia contro cui hanno lottato i vecchi direttori e contro cui si dovranno scontrare – sicuramente – anche i nuovi, italiani o stranieri che siano.

Ed è proprio sul metodo di gestione della macchina culturale e artistica italiana che si deve quindi lavorare: se non si affidano ai nuovi direttori poteri di intervento e gestione reali su aspetti legali, amministrativi, di tutela e valorizzazione, come potranno fare meglio dei vecchi? Tanto più che questi esperti provenienti da oltreconfine non sono abituati a lottare contro le pastoie del sistema italiano.

Minneapolis Institute of Art
Minneapolis Institute of Art

Non solo. Nell’arte di oggi conta anche il discorso economico. È impensabile prescindere da un conto dei costi e dei benefici focalizzandosi esclusivamente sugli aspetti filologici. La nomina di personaggi internazionali, che hanno legami con mercati esteri, potrebbe far confluire nel nostro paese parte di quelle donazioni – in alcuni casi generose – che in Italia arrivano col contagocce. Queste figure potranno inoltre mettere al servizio delle nostre istituzioni tutto il know-how acquisito in anni di collaudate esperienze, ad esempio impiegando metodologie di fundraising e altre tipologie di finanziamento che, in un mercato italiano vissuto per anni esclusivamente su sovvenzioni statali, sono ancora poco praticate e conosciute.

C’è un ulteriore aspetto importante a favore dei direttori stranieri: se per quanto riguarda la tutela il primato del nostro paese è fuori discussione, per quanto riguarda la valorizzazione invece, avremmo molto da imparare dalle esperienze che da anni portano i musei esteri a essere luoghi di ritrovo per i visitatori, che vi passano intere giornate, vivendo esperienze disparate sempre legate, però, alla realtà museale.

Ci sembra quindi prematuro dare un giudizio a priori. Le capacità e le competenze dei nuovi professionisti scelti, al di là della nazionalità, non possono essere valutate ora. Aspettiamo di vedere come si comporteranno sul campo, poi giudicheremo. In questo momento possiamo solo augurare loro buon lavoro.



Nicola Stoia
Autore del blog www.emettiladaparte.com
Londra, 22/8/15

 

foto: il Museo degli Uffizi di Firenze (fonte: sito ufficiale)