Nek: “A Londra voglio portare il divertimento”

La nostra intervista al cantante emiliano in occasione del suo concerto all’O2 Shepherd’s Bush Empire

Nek: “A Londra voglio portare il divertimento”

 

Voce profonda, iconici occhi azzurri e alle spalle una carriera lunga 26 anni fatta di brani di successo. Ma Filippo Neviani, in arte Nek, è ancora quell’eterno ragazzino con tanta voglia di mettersi in gioco.

Ne è testimone il suo nuovo disco dal titolo “Il mio gioco preferito – parte prima”, uscito a maggio e contenente sette tracce inedite (compreso il duetto con Neri Marcorè del brano “Mi farò trovare pronto”, presentato sul palco dello scorso Festival di Sanremo), che spaziano dal pop, al rock, alla ballata.

Noi di Londra, Italia raggiungiamo Nek telefonicamente, in vista del suo concerto allo O2 Shepherd’s Bush Empire a Londra il primo dicembre. La capitale inglese è solo una delle tante tappe di un lungo tour europeo di oltre 30 date, che dal 18 novembre darà via a concerti in Europa, toccando anche Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna, con un calendario di appuntamenti live fino al 2020.

Che rapporto hai con Londra e il pubblico londinese? Più da cantante o da turista?

Sicuramente più da turista. Da cantante ci sono stato poche volte, e ho sempre avuto una impressione del pubblico inglese come molto conservatore, legato molto di più ai loro artisti e quindi non predisposto ad un cantante italiano, a meno che non sia ai livelli di Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli, che appartengono però ad un filone diverso, della musica classica.

Il pop invece è più complicato, integralista, si fa fatica in Inghilterra a concepire qualcuno che magari non canti inglese come si deve, il mio inglese è pessimo poi… All’Inghilterra sono comunque grato perché mi ha offerto l’occasione unica di prendere parte qualche anno fa a The National Lottery, un programma molto seguito con ospiti tra i più grandi nomi del mondo dello spettacolo.

E da turista cosa apprezzi di più della capitale inglese?

Ho visitato gli ex studios, ho avuto per molti anni un fonico inglese che mi ha accompagnato nella produzione di alcuni dischi, e poi naturalmente ho sempre amato la musica britannica. Essere sul posto e vedere le vie e i luoghi più famosi che hanno fatto la storia della musica (Portobello, Soho, Abbey Road) è sempre un’emozione unica.

A Londra ti esibirai per la prima volta all’O2 Shepherd’s Bush. Che messaggio speri di lasciare al tuo pubblico internazionale e di italiani all’estero?

Più che un messaggio vorrei lasciare degli stati d’animo. Mi auguro di fare un bel viaggio all’interno del mio repertorio a tutti quelli che hanno voglia di venire. Non ho un messaggio prestabilito: io suono, canto e cerco di far divertire le persone che vengono a sentirmi. Prometto un concerto molto dinamico, molto energico e soprattutto tanto divertimento. Tutto passando attraverso un repertorio della mie hits più famose.

Il mio gioco preferito – parte PRIMA” è il titolo del tuo nuovo album,  primo disco diviso in due parti (la seconda parte uscirà nella primavera del 2020), ci vuoi spiegare questa scelta?

È un mio esperimento, è la prima volta che mi sono trovato a dividere in due un disco. L’ho fatto perché intanto era una novità per me, e poi mi dava l’impressione di poter “allungare” la vita del disco in un periodo in cui la musica è consumata alla velocità della luce. Oggi le canzoni si ascoltano, e due mesi dopo si passa già alla successiva. È un momento in cui la musica non ha memoria, è tutto veloce, l’idea stessa di concepire un disco è vecchia, obsoleta. Dividere il disco in due mi dava l’impressione di dare una vita più longeva a questo mio album.

Nella copertina dell’album c’è la foto di un cubo di Rubik incompleto, qual è il suo significato?

Una volta scelto il titolo del disco non volevo il mio faccione in copertina, ma un simbolo che rappresentasse il titolo. Mi è subito venuto in mente il cubo di Rubik, un gioco che ha degli anni, ma allo stesso tempo è ancora popolarissimo e tra i più conosciuti al mondo: un rompicapo dal successo pazzesco, usato anche dalle nuove generazioni.

Il mio gioco preferito parla della mia vita e di quella di ognuno di noi, che è fatta di incastri, proprio come il cubo di Rubik, dove un incastro non avviene quasi mai al primo tentativo, ma dopo ore, giorni, mesi, a volte non avviene proprio. La vita è cosi: è un rompicapo, è fatta di momenti dove se incastri bene il pezzo giusto nel posto giusto, fai bingo. Proprio come il cubo di Rubik.

C’è una canzone di questo album che ti sta particolarmente a cuore e non vedi l’ora di presentare al pubblico a Londra?

Sicuramente Cosa ci ha fatto l’amore, una ballata che racconta la storia di una coppia di amici che dopo essersi messi insieme si lasciano, per poi ritrovarsi dopo anni. Un brano molto forte, che si muove all’interno di una tessitura molto classica che ha però un testo che dice tanto. Per esempio la frase: “perché d’amore non si muore sai, si muore senza” contiene il fulcro del pezzo, ovvero, l’amore è salvifico, basta cercarlo.  

Quella coppia di amici di cui parla la canzone, che si è ritrovata e riunita in matrimonio, ha vinto. L’amore ha vinto. L’allontanamento stesso è servito a fortificare il loro legame.

Cosa ci dici invece del brano Musica Sotto le Bombe?

È un altro dei miei brani preferiti dell’album: un pezzo andante, molto veloce, di speranza per tutti quelli che non l’hanno mai persa e che la ritrovano anche e soprattutto in momenti difficili. C’è sempre “musica sotto le bombe” quindi, in senso metaforico: c’è sempre speranza. Un messaggio necessario oggi.

Il pezzo più impegnativo di questo album invece, che ti ha messo più alla prova?

Ti risponderei che un disco in sé è un po’ tutto impegnativo. Passo dei momenti molto belli in studio quando vedo che la canzone funziona e dove tutto va per il verso giusto, dove tutto si incastra, a proposito di incastri…

Però fare tutto questo ha ovviamente le sue complicanze, perché ci sono momenti, dettagli, silenzi ed equilibri delicati da curare. Anche una semplice canzone chitarra e voce forse è in realtà tra le più difficili, perché la sfida è mantenere l’atmosfera, che devi riempire con una esecuzione di strumento importante e soprattutto la voce, nuda e cruda, deve porre significato ad ogni singola parola. La musica è così, tutta meravigliosamente complicata. Per fortuna, direi.

Hai già dei prossimi progetti una volta completato il tour?

Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Mi piacerebbe fare altro oltre alla musica, soprattutto intrattenere. Quest’anno per esempio ho avuto il piacere di fare un programma di quattro puntate su Rai Radio 2 dal nome Alza la Radio, come il titolo di un’altra delle mie canzoni contenute nel disco, dove abbiamo avuto ospiti importanti come Francesco De Gregori, e abbiamo analizzato diversi aspetti del  mondo della musica. Nel 2020 ripeteremo questo progetto, dove il fulcro sarà soprattutto la musica dal vivo, suonata senza artifici e senza filtri: allestiremo un palco dal vivo, dove interagirò con i vari ospiti proprio dal punto di vista musicale.

@AgostiniMea

I biglietti per il concerto del primo dicembre a Londra sono in vendita a questo indirizzo internet al costo tra i £35 e i £40.


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