Maurizio Pollini a Londra, omaggio a Boulez e un sublime Chopin

Il pianista milanese si è esibito alla Royal Festival Hall, dove è di casa, chiudendo con una standing ovation. La recensione.

Maurizio Pollini a Londra, omaggio a Boulez e un sublime Chopin

 

È di lunga data la relazione di Maurizio Pollini col pubblico di Londra: la prima performance nel 1963 e numerose altre si sono susseguite nel tempo, culminando nel 2010/2011 nel Pollini Project, un ciclo di cinque concerti in cinque mesi alla Royal Festival Hall per un viaggio di tre secoli attraverso la musica per pianoforte.  Mercoledì scorso Pollini è tornato alla Royal Festival Hall  a distanza di un anno dal suo ultimo concerto londinese nell’ambito della stessa rassegna International Piano Series, riproponendo agli appassionati un repertorio tratto da Schumann e Chopin.

Una hall gremita di persone ed il Fabbrini Steinway lucidissimo e solitario sul palco attendevano impazienti l’ingresso del protagonista che, in risposta, si avviava con urgenza ed entusiasmo verso il pianoforte.  Pollini saluta e raccoglie con un sorriso accennato l’applauso che accompagna il suo ingresso in sala, poggiando la mano sinistra sullo strumento come a voler condividere quel momento con lui, quasi a prepararlo con una carezza alla serata che trascorreranno insieme, cercandone la complicità in maniera fisica. E così farà per tutto il concerto, alla fine di ogni pezzo, quando si alzerà per raccogliere gli applausi. Si siede, si sistema la coda del frac e un attimo dopo inizia con un fuoriprogramma in omaggio a Pierre Boulez (il compositore francese venuto a mancare il 5 gennaio scorso) a cui il concerto è dedicato. Poi ha inizio il programma vero e proprio.

Non entusiasmante la prima parte dedicata a Schumann: esecuzione rispettosa ma da Pollini ci si può aspettare decisamente di più.  Il meglio arriva nella seconda parte, quando suona Chopin in maniera sublime, rendendone in modo chiarissimo i colori, passando con naturalezza da un registro all’altro.  Esprime la serenità della melodia di apertura della Barcarolle in F sharp per poi passare all’inquietudine della Polonaise-Fantaisie in A flat.  Culmina nel finale impetuoso dello Scherzo n. 3 in C sharp minor che, nonostante il nome, poco ha di giocoso risultando uno dei più drammatici di tutto il repertorio pianistico: sotto le dita del pianista le ottave sembrano inseguirsi in febbrile successione e Pollini calibra il contrasto tra i bassi profondi e gli accordi alti, componendo con la sua esecuzione la frattura tra le due anime del pezzo, quella più mite e lirica e quella più forte e passionale.

Da sempre noto per la grande attenzione prestata agli aspetti formali dei brani suonati e per la scrupolosa fedeltà al testo scritto che si accinge a suonare, anche in questa occasione Pollini si è posto a servizio del compositore senza imporre il suo ego sul palco. Se da un lato buona parte della critica negli anni ha spesso ritenuto che la sua eccessiva attenzione alla tecnica prevalesse sulla originalità interpretativa, dall’altro la sua fedeltà al compositore è una scelta d’arte altruista volta ad offrire all’ascoltatore la musica nella sua forma più pura, senza imposizioni o sovrastrutture, nella sua “verità” originale.

Il pubblico apprezza, esplode di applausi e concede la standing ovation.   Pollini si alza in piedi e ringrazia, sorride in maniera totale, concede piccole pacche d’affetto al pianoforte che lo sostiene di lato.  Due bis, ancora Chopin (Ballade in G minor e Nocturne in D flat). Meraviglioso.  Le voci in sala: “Bravo!”, “Marvellous”!, accompagnate da uno scroscio di applausi continui, lo accompagnano all’uscita dal palco e continuano anche dopo che si riaccendono le luci.  Lui si allontana soddisfatto, senza l’urgenza che ne aveva segnato l’ingresso, con la solita camminata vacillante, un po’ curvo su se stesso. Il pianoforte resta alle sue spalle a prendersi gli ultimi applausi.

Francesca Perrone

Londra, 5/3/2016

foto: Deutsche Grammophon