“Mi sento sempre più un italiano, ormai parlo a gesti. Proprio come voi”

Willem Dafoe fresco vincitore del titolo di miglior attore a Venezia è giunto a Londra per presentare "Padre" girato con la moglie Giada Colagrande. La nostra intervista

“Mi sento sempre più un italiano, ormai parlo a gesti. Proprio come voi”

 

Americano di nascita e italiano d’adozione, Willem Dafoe è uno degli attori più cosmopoliti che il cinema internazionale può vantare, capace di interpretare i ruoli più disparati, anche se per il grande pubblico lui è il “cattivo” per eccellenza: dal Green Goblin nemico di Spiderman, al sanguinolento killer in “Grand Hotel Budapest” passando per lo psicotico assassino in “Cane mangia cane” fino al celebre vampiro ne “L’ombra del vampiro”.

Dafoe è giunto nei giorni scorsi nella capitale inglese a meno di una settimana dalla vittoria della “Coppa Volpi” ricevuta alla 75esima edizione del festival del cinema di Venezia come migliore attore in “At Eternity’s Gate” basato sulla vita di Vincent van Gogh.

A Londra è stato protagonista dell’anteprima inglese di “Padre”, interpretato accanto alla moglie Giada Colagrande, la quale firma sia la sceneggiatura, che la regia oltre ad avere il ruolo di protagonista. Nelle prossime settimane il film sarà proiettato sia nelle sale italiane che in quelli inglesi, partecipando nel mese di novembre all’UK film festival.

Con la vittoria della Coppa Volpi il suo legame con il cinema italiano, e soprattutto l’Italia, diventa sempre più forte, non trova?
Si è vero – ci racconta Willem Dafoe, incontrato pochi minuti prima di salire sul palco per introdurre la proiezione di “Padre” al Regent Cinema -. Frequento Venezia da oltre trent’anni e tornarci mi fa sempre enormemente piacere, anche perché l’occasione è data da uno dei festival di cinema più importanti al mondo; ammetto che mi sento sempre molto a mio agio quando sono lì. Ma tornarci e vincere il premio come migliore attore ovviamente non ha paragoni. Grazie alla giuria che mi ha scelto ma anche alla produzione di “At Eternity’s Gate” che mi ha permesso di interpretare un genio indiscusso, quale van Gogh, tra i personaggi più controversi che siano mai esistiti.

Con l’Italia però non è solo passione, dato che è un italiano a tutti gli effetti…
Forse non tutti sanno che ho la doppia cittadinanza, americana e italiana, e ogni volta che posso, o meglio che il lavoro me lo permette, torno sempre in Italia: ho famiglia, amici e la mia vita sentimentale è in Italia, essendo sposato dal 2005 con Giada (Colagrande, regista, ndr). Mi sento come un immigrato, lentamente sto diventando italiano anche in cose superficiali, gesticolo come voi, parlo con i gesti, cosa che non avevo mai fatto prima.

Willem Dafoe e la moglie Giada Colagrande all’anteprima Uk di “Padre” al Regent Cinema di Londra

Nel 2014 ha anche interpretato uno degli italiani più conosciuti all’estero: il poeta Pier Paolo Pasolini, diretto da Abel Ferrara. C’è qualche altro personaggio italiano che vorrebbe portare sul grande schermo?
Vorrei, ma sono sincero, preferisco che mi venga proposto affinché possa essere una scoperta anche per me interpretarlo. Faccio l’esempio con Pasolini: ho conosciuto e apprezzato il personaggio nel momento in cui l’ho studiato per portarlo sul grande schermo. Ho scoperto quanto fosse profondo e amato, ma anche odiato. Questo ha fatto in modo che la mia interpretazione fosse il più naturale possibile per non essere intaccata da una prestruttura o preconcetti. Vorrei che fosse lo stesso per il prossimo personaggio italiano che potrei interpretare: vorrei scoprirlo al tempo stesso in cui lo interpreto.

In “Padre” è accanto a sua moglie Giada Colagrande, nel ruolo sia di attore per finzione che marito per davvero: è riuscito a tenere separati i due ruoli durante tutto il lavoro di riprese?
(ride!) Assolutamente sì. Giada è una fantastica regista e sa mettere tutti a suo agio. Ma questo film, in particolar modo, è stato volutamente girato ricreando situazioni familiari. Le riprese sono state fatte a casa nostra, e gli altri attori erano in realtà amici di famiglia che hanno volentieri partecipato al film che, come si sa, affronta la morte in una maniera particolare. Credo solo avendo accanto volti “amici”, come accade poi nella vita, si può affrontare la scomparsa di una persona cara.

“Padre” è stato presentato in anteprima mondiale in Messico dove c’è una cultura della morte più accentuata rispetto all’Italia. Noi italiani, se possiamo, evitiamo di parlarne. Crede che in Italia il film possa avere lo stesso successo ottenuto in Messico?
Per quanto mi riguarda, ho un buon rapporto con la morte. Quando ho perso i miei genitori è cresciuta in me la consapevolezza che comunque un luogo non terreno esiste, dove vivono e convivono cose nascoste. Il film vuole proprio affrontare questo aspetto: non la morte intesa come assenza fisica, ma come inizio di un nuovo rapporto che si va ad instaurare con le persone care che non ci sono più. Attraverso i sogni, attraverso le sensazioni o anche altri aspetti intangibili, ma che ci legano comunque a loro.

Foto @WikiMedia. L’anteprima UK di “Padre” è stata organizzata da Hoffman, Barney & Foscari Ltd. in collaboration con Bidou Pictures, CinemaItaliaUK e The Open Reel.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Willem_Dafoe_by_Sasha_Kargaltsev.jpg