Tra Brexit e coronavirus il Regno Unito rischia una crisi alimentare

Per l'esperto: la politica di approvvigionamento, storicamente fondata sulle ex colonie e i partner commerciali, non è più sostenibile

Tra Brexit e coronavirus il Regno Unito rischia una crisi alimentare

 

Due degli accadimenti più importanti dei tempi recenti stanno mettendo a rischio l’economia alimentare del Regno Unito: la Brexit e il coronavirus.

Entrambi hanno messo a nudo le fragilità di un paese legato a doppio filo all’importazione di materie alimentari di prima necessità, tanto che le più recenti analisi hanno confermato che c’è non solo difficoltà a continuare a mantere la tradizionale stabilità commerciale con gli altri paesi, ma addirittura a produrre e raccogliere quel poco che si è soliti fare all’interno dei propri confini.

Per 170 anni, infatti, la politica alimentare della Gran Bretagna si è fondata sulle sue ex colonie e i suoi partner commerciali, venendo meno solo durante il periodo delle due guerre mondiali dove, ancora una volta, il paese ha registrato enormi difficoltà nell’importare derrate alimentari dall’estero a causa proprio dei conflitti bellici.

Una lezione che non è servita a nulla, dato che ora il Regno Unito si ritrova quasi nelle medesime condizioni: a causa della Brexit che ha generato un aumento del valore delle materie alimentari importante dai paesi dell’Eurozona con relative ricadute sul consumatore finale, e a causa dell’emergenza sanitaria in atto che ha quasi del tutto bloccato il flusso migratorio dei lavoratori stagionali mettendo in ginocchio la produzione interna di frutta e verdura.

Affidarsi ad altri paesi per l’approvvigionamento alimentare non è più una strategia sostenibile“, conferma il professor Tim Lang, docente di politica alimentare alla City University of London che ha scritto un libro su questo delicato argomento dal titolo “Feeding Britain, Our Food Problems and How to Fix Them / Nutrire la Gran Bretagna, i nostri problemi alimentari e come risolverli” edito da Penguin Books.

Lang offre un’analisi approfondita del sistema alimentare britannico, partendo dalle sue fonti e le sue industrie di lavorazione, ma anche analizzando i suoi modelli di consumo e l’impatto sulla salute, l’ambiente e l’economia. “Il sistema di approvvigionamento alimentare della Gran Bretagna è più fragile di quanto non venga ufficialmente riconosciuto. Con una produzione interna in lento declino, troppe persone a rischio di povertà alimentare, diete malsane che comportano enormi costi sociali nascosti, soprattutto per l’NHS“.

Si stima che nel 2018 la Gran Bretagna abbia speso ben 225,7 miliardi di sterline in cibo e bevande. Secondo l’esperto britannico, le difese alimentari del Regno Unito sono deboli, soprattutto se si pensa come la logistica di approvvigionamento basata su navi e camion può essere messa a repentaglio proprio dalle improvvise emergenze sanitarie. Analizzando i piani di emergenza alimentare, Lang ne conclude che l’industria alimentare conosca i rischi, ma che il governo sia “pericolosamente in ritardo nel prendere provvedimenti.

Il cibo è una parte cruciale della nostra infrastruttura nazionale, non una semplice merce di scambio – aggiunge- . E’ opportuno rivedere le infrastrutture alimentari nazionali e inaugurare un cambiamento trasversale del comportamento alimentare dei consumatori grazie a diete sostenibili. Abbiamo fatto molta strada da quando il cibo britannico era noto come ‘brown and bland’, marrone e insipido, ma la sicurezza futura dipende dalle nostre politiche interne per ricostruire una governance alimentare che sia adatta allo scopo. Attualmente non lo è, soprattutto in questo periodo storico“.


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