La lezione del caso Windrush: UK “ambiente ostile” per gli immigrati

Lunedi il Governo dovrà rispondere sulla vicenda, ma intanto il clima causato dallo scandalo preoccupa anche i cittadini europei

La lezione del caso Windrush: UK “ambiente ostile” per gli immigrati

 

C’è una storia che da giorni domina le prime pagine dei giornali inglesi e non riguarda Royal babies, matrimoni reali o sviluppi sulla Brexit. Una storia che sta suscitando reazioni sdegnate da ampie parti della popolazione, senza distinzioni di etnia o credo politico.

Si tratta del caso della Windrush Generation, ovvero di quella generazione di immigrati caraibici (tra i quali tanti bambini) arrivati nel Regno Unito tra il 1948 e il 1971 a bordo della nave “Empire Windrush” invitati dal governo britannico a ricostruire il paese devastato dalla guerra e che ora, dopo 50 anni di permanenza di Gran Bretagna, si vedono minacciati di deportazione e presenza illegale nel paese dall’Home Office britannico.

Forse ingenuamente ignari dei drastici cambiamenti che la legge sull’immigrazione ha subito in questi anni nel Regno Unito, questi stessi bambini, ormai adulti, hanno ritenuto, erroneamente, di essere cittadini britannici senza curarsi di regolarizzare il proprio status.

Lo stesso Home Office non è stato in grado di mantenere un record aggiornato su quanti fossero effettivamente immigrati clandestini o regolari e ha chiuso definitivamente la pratica nel 2010, anno in cui Theresa May è diventata responsabile del Dipartimento dell’immigrazione. Da allora, la “stretta” sui clandestini si è fatta drasticamente e notoriamente più dura, e ha dato il via nel 2012 a nuove leggi anti-immigrazione, volte a creare un ambiente ostile – nelle parole della stessa Maya residenti ed immigrati clandestini.

Ma dal “caso Windrush” in Gran Bretagna si è passati in breve tempo ad uno scandalo Windrush, man mano che sono emerse le tante storie delle persone coinvolte: immigrati che, dopo 50 o 60 anni di convivenza in UK, si ritrovano improvvisamente senza lavoro o assistenza sanitaria e subiscono minacce di deportazione perché sprovvisti della documentazione necessaria a riconoscerne lo status.

Dal Guardian al Times, tutti i maggiori quotidiani britannici hanno riportato le incredibili testimonianze di immigrati dei paesi Caraibici travolti dal caso: come quella di Gretel pubblicata sul Daily Mirror, donna di origini Giamaicane residente nel Regno Unito da circa 60 anni e ora bloccata in Giamaica dal 2009, dove si era recata per un funerale, perché improvvisamente sprovvista della “corretta documentazione” che comprovasse la sua permanenza in Gran Bretagna dal 1958.

Oppure dei fratelli Trevor e Desmond Johnson, anch’essi giamaicani e arrivati in Gran Bretagna nei primi anni 70: Trevor ha subito minacce di deportazione, mentre Desmond è bloccato in Giamaica e non vede sua figlia, che si trova in Inghilterra, da ben 16 anni. E persino il Daily Mail – un tabloid tradizionalmente vicino al governo Tory – ha espresso uno sdegno violento, non esitando a definire il caso Windrush un vero e proprio “scandalo nazionale”.

A nulla sono valse le scuse da parte della May e del Ministro degli Interni Amber Rudd, che ora dovranno rispondere dello scandalo lunedì prossimo, in Parlamento. Ma in un clima dove confusione ed incertezza regnano ormai da tempo nel Regno Unito – complice, prima fra tutti, la Brexit – lo scandalo Windrush appare come la punta dell’iceberg di anni e anni di politiche anti immigrazione rigide e confusionarie, focalizzate troppo sul controllo dei numeri dell’immigrazione e meno a valorizzare il contributo che queste persone hanno portato o porteranno mai al paese.