“Rischiamo una Londra senza musical fino all’inizio del prossimo anno”

A lanciare l'allarme il produttore Sir Cameron Mackintosh: "Serve tempo per prepararci al social distancing per contrastare il coronavirus"

“Rischiamo una Londra senza musical fino all’inizio del prossimo anno”

 

I teatri del West End sono stati tra i primi a chiudere completamente i battenti, ancor prima che il governo britannico imponesse il lockdown su scala nazionale. Il rischio di contagio da coronavirus era troppo alto già a metà dello scorso mese di marzo per mettere a rischio la vita delle centinaia di migliaia di persone che ogni sera prendevano parte ad alcuni degli spettacoli più belli al mondo.

Ma ora c’è la seria minaccia che quei palcoscenici tornino a offrire emozioni non prima dell’inizio del nuovo anno. Quasi un anno di luci spente che metterà a rischio uno dei business più proliferi di Londra, l’entertainment, che viaggia su una media di 16 milioni di biglietti venduti e un incasso che tocca quasi 800 milioni di sterline all’anno generati solo dai 39 teatri del cuore della capitale.

Attendiamo con ansia le prossime decisioni che verranno prese dal governo sulla questione lockdown, ma quello che intaccherà pesantemente il nostro settore sarà il social distancing. Per preparci ci serve tempo e questo significa almeno attendere fino ai primi mesi del prossimo anno per ragionare sulla riapertura“, ha detto ai microfoni della BBC Sir Cameron Mackintosh storico produttore inglese.

Infatti, i teatri di Londra del West End, che vanno dai 2.384 posti a sedere dell’Apollo che è considerato il più grande (nella foto in alto), ai 70 del più piccolo, il Jermyn Street Theatre, sono anche tra i più antichi mai realizzati, se si pensa che il Theatre Royal Drury Lane è datato 1663 e sono quasi tutti progettati per ospitare più persone possibile con sedute letteralmente una attaccata all’altra e strette scalinate per raggiungere le varie aree dedicate al pubblico.

Questo sta a significare che i 2 metri attualmente imposti per il social distancing sarebbero quasi impossibili da rispettare nella hall di ingresso in fase di accoglienza del pubblico e, se venissero anche messi in pratica durante gli spettacoli, significherebbe rinunciare ad almeno un terzo del pubblico per performance con pesanti riperccusioni sugli incassi.

Stesso problema nei backstage dove attori e maestranze si muovono come formiche prima e durante lo show, calcolando che quegli spazi sono stati ideati e realizzati secoli fa quando il social distancing non si sapeva neppure cosa fosse.

Lo stesso vale anche per altre celebri storiche location della cultura della capitale, come la Royal Albert Hall o il Palladium, che non fanno parte dell’area del West End, ma che al tempo stesso richiamano annualmente centinaia di migliaia di spettatori.

Una questione, quella del social distancing, che  risulta essere tra le più spinose da affrontate su scala globale, sia per la più piccola delle città passando alla maggiore delle metropoli. E Londra non è da meno soprattutto se si pensa che uno dei pilastri della propria economia, la cultura, potrebbe rimanere totalmente bloccato per quasi un anno con ripercussioni sui posti di lavoro, sugli incassi e di riflesso anche sul turismo.


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