Restauro “made by Italians”. L’atelier di Londra dove i quadri tornano in vita

A Fulham nove italiani lavorano per collezionisti e committenti privati: «C'è un mercato ampio e burocrazia accessibile»

Restauro “made by Italians”. L’atelier di Londra dove i quadri tornano in vita

 

Appena si entra nel loro studio del Sulivan Enterprise Centre di Fulham, ci si trova di fronte a una tela di 3,30 metri dell’Ottocento, sulla quale Andrea Porto sta terminando il suo ultimo restauro. È una processione religiosa della Secessione viennese, ma non si hanno molte altre notizie, a parte il fatto che sia stato appena comprato all’asta e il nuovo proprietario americano voglia portarla con sé a New York.

Questo è l’atelier dove Paola Bernardi (nella foto in alto), romana che vive a Londra da 18 anni, restaura le opere antiche di collezionisti, dealer d’asta e committenti privati, a volte recuperate da vecchie cantine, a volte appena comprate in quel complesso mondo rappresentato dal mercato dell’arte. «Siamo in 9 qui, tutti provenienti da diverse parti dell’Italia», racconta Paola Bernardi, mostrando con orgoglio gli spazi dello studio e quelli esterni, dove la propria attività si inserisce. «Oltre a me c’è Andrea che viene dall’Aquila, Fabio Mazzocchini, umbro di un paese vicino Orvieto, Simone Scafiti che è Siciliano e Saviano Bellé di Massa, in Toscana. Siamo venuti a Londra come liberi professionisti, perché qui il mercato è ampio e la burocrazia non ci rende la vita difficile come in Italia, dove tutto deve passare attraverso le sovrintendenze e lo Stato».

A Sulivan Road il restauro riporta in vita opere e cornici, a volte anche sculture. Non si seguono precise linee guida come nei musei, ma questo dà modo di realizzare un gran numero di lavori in tempo accettabile per mostre ed esposizioni private, secondo le esigenze dei committenti. Un mestiere tanto richiesto dagli appassionati che, sfruttando il passaparola, non ha neanche bisogno di un sito online o di una campagna marketing.

 

Andrea Porto mentre restaura una tela dell’Ottocento

 

Una passione che aiuta a scoprire ogni giorno cose nuove: la storia di un quadro, la sua provenienza, gli stili degli artisti e il loro modo di operare, anche senza conoscere le nozioni dei grandi critici d’arte. «Noi le opere le tocchiamo letteralmente con mano», ha raccontato Andrea. «Questo ci dà modo non solo di risalire alle origini dell’opera, ma anche di ripercorrerne la storia, fra restauri precedenti e modifiche successive. Per esempio all’Hermitage Museum è esposto un quadro di Rubens molto simile a uno che abbiamo restaurato, solo che nel nostro c’erano i “pentimenti” dell’artista, ovvero quando il pittore decide di modificare in corsa il disegno che stava realizzando. Un copista con l’originale davanti non lo farebbe mai, giusto?»

Così come Paola Bernardi, con i quadri fiamminghi e inglesi, è diventata un’esperta di vascelli, vele e gomene del Seicento. «Sono il soggetto più diffuso dell’epoca. Interessante come si possa tracciare la storia di un secolo semplicemente attraverso le immagini. I pittori allora testimoniavano la realtà, come oggi potrebbe fare un fotoreporter».

La realtà di Londra è però quella di una città in espansione con la richiesta di costruire più case, anche nel borough di Hammersmith & Fulham, dove ha sede l’atelier. Il rischio è che quello di portare alla chiusura delle attività artigianali della zona. «Ora quasi tutti gli artigiani sono costretti ad allontanarsi dal centro e vivono fuori la metropoli», ha spiegato Bernardi, «ma per noi questo è un impoverimento della città. Non sono accettabili quartieri residenziali di sole abitazioni».

Al momento, il councillor di Hammersmith & Fulham Andrew Jones sembra aver dato ascolto alla lettera aperta inviata da Paola e dai suoi colleghi, assicurando che le loro esigenze e punti di vista saranno presi in considerazione, nonostante le incertezze che riserverà il futuro. Ottimo segnale da un’amministrazione che, al di là delle esigenze del Comune, almeno dialoga con la cittadinanza. Così non saranno solo le singole opere ad essere conservate ma, possibilmente, anche lo spirito comunitario dell’artigianato di quartiere che le riporta alla luce.