Ecco perché gli italiani amano il calcio inglese

Uno spaccato della Premier League descritto dal giornalista e scrittore Andrea Pressenda e raccontato a suon di numeri e fatturati

Ecco perché gli italiani amano il calcio inglese

 

Due dati possono sintetizzare l’importanza del calcio inglese oggi. Grazie alla promozione in Premier League ottenuta il 26 maggio 2018 nella finale play-off di Wembley il Fulham incasserà 182 milioni di euro nelle prossime tre stagioni. Una cifra considerevole che potrebbe aumentare fino addirittura a 320 milioni di euro con la permanenza nella massima divisione, secondo uno studio realizzato da Deloitte.

L’altro aspetto da sottolineare riguarda l’assegnazione del pacchetto per i diritti televisivi relativo al triennio 2019-2022: i club in Inghilterra riceveranno 4,6 miliardi di sterline, poco più di 5 miliardi di euro con 200 partite trasmesse rispetto alle attuali 168 e uno sguardo imprenditoriale rivolto sempre più anche ai grandi colossi come Amazon e Facebook. Ecco perché per i chairman, i manager, gli allenatori e i calciatori italiani, l’Inghilterra è considerata la Terra Promessa. Business is business. Senza dimenticare, poi, la pioggia di sterline che ha investito i procuratori sportivi nelle due ultime finestre di calciomercato nella stagione 2017-2018: 242 milioni di euro spesi in commissioni con il podio formato da Liverpool con oltre 30 milioni di euro, Chelsea e Manchester City.

Ma l’Inghilterra piace soprattutto anche perché ha il campionato più appassionante del mondo nonostante la vittoria con largo anticipo del Manchester City nell’ultima stagione sportiva. Gli inglesi sono avanti anche per le strutture, i campi da gioco, le società più strutturate e per gli stadi di proprietà all’avanguardia dopo aver eliminato il pericolo hooligans. E Londra, grazie anche alle sue undici squadre professionistiche, con le sue luci, i colori e i quartieri alla moda resta la capitale del calcio anche ai tempi della Brexit.

Per un professionista italiano, quindi, vincere qui vale doppio, esattamente come segnare un gol in trasferta. Little Italy diventa Grande Italia. Attenzione però perché le insidie sono tante: tradizioni, conoscenza della lingua, alimentazione approssimativa soprattutto nella Football League e stadi che possono presentare anche un parcheggio al posto della curva. Come nella regale e austera Oxford con il Kassam Stadium. L’isola del calcio è anche questa.

L’Inghilterra piace ma non si può ridurre questo amore solo ad un ritorno economico. È anche una scelta di vita. Comprende storie romantiche, di passione per lo sport, di amicizia. Di tanti connazionali che compongono una comunità che fanno di Londra la prima città “italiana” in Europa e la seconda nel mondo superata solo da Buenos Aires.

È la storia di Enrico Tiritera, il primo professionista del pallone a sbarcare in Inghilterra nel 1993. Dopo un Lazio-Juventus in una fredda giornata di dicembre. Prima anche di Andrea Silenzi, il bomber arrivato al Nottingham Forest il 16 agosto 1995. Tiritera che allena solo per passione, senza guadagnare nemmeno un penny. Di giorno sui campi, la notte al lavoro fino alle 6 del mattino alla Royal Mail. È la storia di successo di Fabrizio Piccareta nata grazie all’amicizia con Paolo Di Canio. O di Paolo Gaudino, fitness coach del Manchester United e Matteo Gerardo Festa, allenatore e traduttore tecnico.

Ma il calcio inglese piace anche per l’agonismo, l’intensità negli allenamenti, per il rispetto del fair play, del culto della tradizione e per la possibilità di vivere momenti molto emozionanti. Come l’addio, struggente, composto, al Boleyn Ground per 112 anni la casa del West Ham ad Upton Park nella lunga e polverosa Green Street. Simbolo del Pride and Glory dell’East London.

Andrea Pressenda è l’autore del libro “The British Experience, lavorare e vincere nel calcio inglese” (Castelvecchi-Ultra Sport Edizioni)

 

 

 

Foto @Pixabay

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