Case a Londra, quando la disavventura fa parte della ricerca

Annunci, analisi qualità-prezzo, visite e accordi: ecco il viaggio intrapreso in prima persona da una Londoner acquisita

Case a Londra, quando la disavventura fa parte della ricerca

 

Trovare casa a Londra non è un’impresa, se per casa si intende la bettola media in cui la maggior parte dei londoners acquisiti si ritrova a vivere quando arriva qui, pagando comunque affitti spropositati. Diciamo che, per usare un eufemismo, la qualità-prezzo delle case nella capitale inglese è piuttosto deludente.

Durante la prima settimana che ho passato a Londra ho soggiornato in un air bnb, a casa di una giovane madre che di mattina lavorava nel salotto in cui dormivo: ogni giorno dovevo sbaraccare le mie valigie e le mie cose e fare ritornare il salotto il posto di lavoro che era sempre stato. Non proprio comodo. Come la posizione dell’air bnb: nord Londra, vicino ad Edgware per l’esattezza, al capolinea della Northern Line. Da lì ho passato il mio tempo leggendo annunci (altrimenti detti follie) in cui si proponevano stanze condivise e minuscole  a 800-900 pounds al mese, e nemmeno così vicino al centro.

Poi, tramite amici di amici, ho trovato casa, con una stanza miracolosamente doppia tutta per me. Finalmente una tana in cui sentirmi al sicuro in questa metropoli. Al sicuro ci si sente per forza quando si vive in un quartiere residenziale in zona 3 senza accesso diretto alla metropolitana, unico motivo per cui pago un affitto ragionevole. Ovviamente, più tardi ho scoperto cosa ciò significasse nei fatti: 3 o 4 autobus notturni dal centro dopo le 22, e almeno un treno, una underground e una overground durante il giorno.

Camera mia è ampia, ma la moquette era viva quando sono arrivata, sporca e sommersa dalle cose di chi ci aveva soggiornato prima di me. Sono stata accolta calorosamente dagli inquilini con la promessa di un armadio (quello che c’era prima ha ceduto, aprendosi in due e rischiando di mettere fine alla vita della mia coinquilina). L’armadio non è mai arrivato. Da due mesi ripongo il mio vestiario pulito in vari cesti per la biancheria sporca comprati da Primark perchè sono povera. Ma guardiamo il sunny side of the street: non ho bisogno di stirare o  piegare i vestiti perché tanto sarebbe inutile.

La convivenza è quella che è ma ci si adatta. I miei coinquilini sono e molto carini nei miei confronti. Il piano della cucina la pensa diversamente, ma se devo incollare un documento non ho bisogno di comprare il costosissimo sellotape. Basta ingegnarsi, la creatività è il segreto della vita, pensavo. Ma poi si è rotto il boiler, quel fantastico aggeggio che regala acqua calda quando voglio farmi una doccia e scrostarmi di dosso lo sporco di Londra.

Per due giorni mi sono lavata a casa di amici, mentre la temperatua dell’acqua in casa mia non superava i 5 gradi. La landlady e il tecnico del boiler sono restati figure mitologiche per altri 3 giorni, fino a quando si sono presentati portando la luce divina in casa mia (e l’acqua calda).

Prima della loro venuta, un pò come  quella di Gesù, ho dovuto prepararmi: pulire la casa il cui corridoio ricordava le strade di Calcutta, liberare la cucina dai vari tipi di olio che creavano una pellicola scivolosa sul pavimento, proteggendolo dal contatto diretto con gli esseri umani.

Ho spostato i posaceneri in balcone, perchè in casa non si potrebbe fumare; l’uso del condizionale la dice lunga. In balcone ho trovato il regno di Narnia, solo che l’armadio era a pezzi (si, il famoso armadio rotto aveva trovato il suo cimitero in balcone). Mentre cercavo di farmi spazio tra i cadaveri di mobili rotti, lettiere di gatto probabilmente appartenute a Luna di Sailor Moon (ergo risalenti agli anni ’90), coperte marce e vecchi vestiti della Caritas, ho scoperto un nido di carinissimi uccellini pelosi gialli tutt’ora non identificati.

Quando siamo riusciti ad avere un boiler funzionante ero felicissima e ho fatto lunghissime docce calde cantando la mia soddisfazione mentre mi lavavo i capelli con lo shampoo antiforfora del mio coinquilino. Una settimana dopo, però,  si è  rotta la lavatrice, e da due settimane sto girando per Londra con i miei vestiti sporchi per andare a casa di amici e usare la loro lavatrice, risparmiando i soldi della lavanderia (sempre perché sono povera).

Non so se la situazione migliorerà. Nel frattempo mi adeguo alla realtà: la mia casa tenta di uccidermi; eppure, forse vale la pena di essere qui, a sopportare le scomodità per fare esperienza di Londra. Perché Londra è come la vita: il suo senso mi sfugge, ma in fondo mi seduce con i sui sorrisi velenosi, ed io voglio sorridere con lei. Anche se stasera dovrò portare la mia biancheria sporca chissà dove.