Da teorica dell’ambiente ostile a paladina dei voli internazionali, la metamorfosi di Theresa May

Ormai semplice parlamentare, l'ex Primo Ministro diventa un improbabile lobbysta per il settore del trasporto aereo

Da teorica dell’ambiente ostile a paladina dei voli internazionali, la metamorfosi di Theresa May

 

Un tempo arcigna guardiana dei confini del Regno. Oggi improbabile paladina dei viaggi senza frontiere.

Ha qualcosa di kafkiano la metamorfosi di Theresa May avvenuta ieri nella House of Commons, quando la sua voce si è alzata tonante nell’aula semideserta per supplicare Boris Johnson di accelerare la riapertura dei voli internazionali, definiti “fondamentali per l’economia, la Global Britain e il settore dell’aviazione”.

Per anni, da Ministro dell’Interno prima e da Primo Ministro dopo, Theresa May ha coltivato la visione di un Regno Unito isola felice, da proteggere dal resto del mondo brutto e cattivo. Ha teorizzato, e messo in pratica, l’”ambiente ostile” per gli stranieri. Ha tollerato (o incoraggiato) il caso Windrush. Si è fatta beffe di chi si dichiara “cittadino del mondo” con un discorso talmente velenoso da ridestare echi del Mein Kampf di Hitleriana memoria.

Certo, il target principale di May erano gli immigrati clandestini, non certo i turisti danarosi o gli expat qualificati, ma i distinguo sono difficili da applicare e l’approccio da cerbero non consente facilmente di discriminare. Il risultato è stato quello di propagare per anni l’ideale di un paese più chiuso che aperto. Insomma, non proprio il muro di Donald Trump ma quasi.

Adesso che non ha più responsabilità di Governo o di partito ed è tornata ad essere un semplice MP, la May sembra però avere altre preoccupazioni. La priorità? Riaprire i voli internazionali prima possibile. Per capire il perché basta guardare a chi sono le persone che l’hanno eletta. La sua circoscrizione, che rappresenta a Westminster dal lontano 1997, si chiama Maidenhead. Una comunità di 75mila persone che vive a pochi chilometri di distanza dall’aeroporto di Heathrow e che in buona parte lavora allo scalo o nell’indotto. O meglio, lavorava, visto che da ormai un anno i cinque terminal dell’aeroporto sono vuoti come saune a Ferragosto.

E allora l’annuncio di Johnson che i viaggi internazionali non potranno ripartire prima del prossimo 17 maggio, e che i dettagli non si sapranno prima di metà aprile ha portato la leonessa a sfoderare gli artigli. Davanti alla prospettiva di altri tre mesi di stop (e di miseria per i suoi elettori), e di una stagione estiva rovinata, Theresa May è intervenuta contestando l’operato del Governo, che peraltro dall’inizio della pandemia non ha offerto alcun supporto finanziario alle compagnie del settore.

Chissà se con la May a fare lobbying i voli non possano effettivamente ripartire prima. Se lo augurano tutti quelli che lavorano nel turismo e nel trasporto aereo, un settore devastato dalla pandemia che nonostante la sua importanza (vale 37 miliardi di sterline) non sembra godere dei favori di Downing Street.

Ce lo auguriamo anche noi expat, costretti a rimanere per ora lontani dalla patria natia, vista l’impossibilità di viaggiare senza fare quarantene infinite e spendere cifre folli per i test obbligatori. Noi che ci sentiamo italiani nel cuore, britannici di adozione ma tutto sommato, con buona pace della May, anche cittadini del mondo.