“Il paese dove abbiamo scelto di vivere non si sta prendendo cura di noi”

Il racconto della nostra collaboratrice Camilla Alcini, studentessa a Londra, sul diverso approccio al coronavirus in UK

“Il paese dove abbiamo scelto di vivere non si sta prendendo cura di noi”

 

Trasferirsi all’estero significa sviluppare una dualità in ogni aspetto della nostra vita: tenere a mente la propria cultura ma sempre adattandosi alla realtà che si vive quotidianamente, che è quella di un altro paese. In questi giorni, il dualismo si è tradotto in frustrazione e tristezza.

La frustrazione è quella di chi parla con un sordo: noi italiani a Londra urliamo, twittiamo, mandiamo mail, ma la Gran Bretagna proprio non sente, o meglio, non ascolta. Neanche se insieme alle nostre urla ci sono quelle di esperti e soprattutto, ci sono i fatti.

In questi giorni la mia vita è stata molto strana, perché se da una parte andavo normalmente all’università, mi vedevo con i miei amici per studiare, e uscivo a mangiare una pizza o a fare shopping, dall’altra avevo i miei genitori su FaceTime e i miei amici su Whatsapp e sui social che documentavano una realtà molto diversa.

In certi momenti qualcosa prevaleva, e la lezione di politica era la solita lezione di politica, la solita corsa in ritardo verso la metro era la solita corsa in ritardo verso la metro, e così via. Ma ci sono stati invece momenti, la maggior parte, in cui mi sono sentita in quarantena con il mio paese.

Camilla Alcini

Perché la cosa peggiore di tutta questa situazione è che difficilmente puoi passare più di cinque minuti senza pensare al virus. E pensare al virus per me è stato ricordarmi che sono italiana, e che devo fare la mia parte anche a distanza.

Voi restate a casa, noi restiamo qui. E allora abbiamo iniziato a urlare, noi italiani a Londra. Ci siamo chiesti, perché ancora dicono di lavarsi le mani e mettersi la mano davanti alla bocca? Perché permettono che aule, piazze, pub e vagoni della metro siano affollati da migliaia di persone ogni giorno? Perché se dici al medico che hai la tosse ti chiedono “Ne sei proprio sicura!?

Ricordo bene quando sono tornata a Roma a febbraio, meno di un mese fa, e parlavamo della Cina e dell’epidemia come se non fosse un problema nostro. Al massimo era un problema dei cinesi e del Nord. Quando ci ripetevamo che non ci si deve fermare, che bisogna vivere la vita il più normalmente possibile, magari mettendo la mascherina ogni tanto. Ora tutta la nostra superficialità è immigrata in Gran Bretagna.

Persino il sindaco, in un video messaggio su instagram ha detto di continuare a lavorare e di usare bus e tube. Avete capito bene. Non solo non ha bloccato Londra, ma ha proprio incitato a continuare a usare i mezzi e andare a lavoro.

Quando una delle mie migliori amiche che doveva venire a trovarmi mi ha detto che non sarebbe partita, la gravità della situazione mi è improvvisamente apparsa evidente. Dunque mi chiedo cosa serva ai capi di stato per rendersi conto che non bisogna arrivare alla situazione italiana per considerare misure estreme che potrebbero invece salvare dalla catastrofe, se adottate per tempo.

La situazione nel Regno Unito in termine di contagi e morti legate al contagio da coronavirus è quattro settimane dietro rispetto a quanto sta attualmente accadendo in Italia”, ha detto Boris Johnson. E allora perché non sfruttare questo vantaggio, perché non proporre qualche soluzione che vada oltre il consiglio di lavarsi le mani?

Tanti miei colleghi stanno partendo, e non solo gli italiani. Noi studenti, che viviamo in una situazione economica spesso precaria, temiamo che il paese che abbiamo scelto per vivere non possa poi prendersi cura di noi. Autonomamente, le università stanno spostando le lezioni online, consigliando di non partecipare alle lectures e ai seminars e cancellando gli eventi. Ma a Londra, mentre il covid-19 viene dichiarato una pandemia, la vita continua normalmente. Minimizzare non è rassicurare, e se noi ce ne siamo già accorti, gli inglesi sono ben lungi dal farlo, ma le conseguenze sono sempre più vicine.

L’articolo è stato scritto da Camilla Alcini, collaboratrice di LondraItalia e studente al “King’s College London”


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