Coronavirus, a Oxford primo test del vaccino sull’uomo con un immunologo italiano

E' Giacomo Gorini, 31enne riminese: "Partiamo con un gruppo di 510 persone"

Coronavirus, a Oxford primo test del vaccino sull’uomo con un immunologo italiano

 

E’ corsa al vaccino per contrastare il coronavirus e ai nastri di partenza c’è anche un immunologo italiano che lavora allo Jenner Institute di Oxford, lo stesso che nel 2014 trovò il vaccino contro l’ebola quando si registrò l’epidemia in Africa.

In realtà, Giacomo Gorini più che essere ai nastri di partenza ha già preso la rincorsa dato che il team del quale fa parte proprio in questi giorni inizia la sperimentazione sull’uomo dopo una prima fase di test effettuata sugli animali.

I volontari verranno separati in due gruppi: uno riceverà un placebo, l’altro avrà il vaccino vero e proprio – spiega Gorini durante un suo recente intervento televisito -. Andremo avanti in maniera tradizionale, perché è un patogeno nuovo e ci sono molti aspetti che vanno approfonditi“.

Lo studio punta a coinvolgere circa 5000 volontari, spiega il ricercatore, ma nella prima fase saranno 510 le persone coinvolte. Quello di Gorini e dello Jenner Institute di Oxford, che per altro sta lavorando in tandem con la società italiana Advent-Irbm di Pomezia, alle porte di Roma, non è ovviamente l’unico tentativo su scala globale  di trovare una soluzione alla pandemia; anche altri laboratori, dalla Cina agli Stati Uniti, stanno lavorando per il vaccino.

Il fatto che ci siano tante strategie in tutto il mondo – aggiunge Gorini – è una buona idea, si diversificano gli investimenti“. Il ricercatore, 31enne originario di Rimini, si è laureato all’Università di Bologna specializzandosi poi all’Università “Vita-Salute” del San Raffaele di Milano e alla University of Cambridge prima di approdare a Oxford.

I primi risultati sul test sull’uomo potrebbero arrivare entro settembre “mentre i test effettuati sugli animali ci hanno dato le risposte che  attendevamo – spiega l’immonologo -. Si usa un virus modificato, che si chiama adenovirus e contiene un frammento minuscolo dello spike del coronavirus, e che porterà quel genoma ad essere interpretato dal muscolo del volontario, e poi speriamo nelle persone di tutti i giorni, così da farlo riconoscere anche quando arriva il virus vero da parte del sistema immunitario“.


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