Carluccio’s e i suoi fratelli: ristorazione in crisi fra licenziamenti e chiusure

Brexit, mercato saturo ed espansioni eccessive. Un business da ripensare

Carluccio’s e i suoi fratelli: ristorazione in crisi fra licenziamenti e chiusure

 

La cucina italiana ha sempre riscosso successo fra gli inglesi, ma quello che fino a qualche tempo fa era un business garantito, oggi sembra incontrare sempre maggiori difficoltà. Fra i motivi non ci sono solo l’aumento dei costi e i timori degli investitori per via della Brexit, ma anche un mercato saturo che ha perso il suo slancio iniziale.

Carluccio’s, la catena di ristorazione italiana fondata da Antonio Carluccio nel 1999, ha annunciato la chiusura di un terzo dei suoi cento ristoranti in Gran Bretagna, 45 dei quali solo a Londra. Sei mesi dopo la morte del fondatore, 34 potrebbero abbassare la saracinesca, tra i quali quelli di Chiswick, Islington e Westfield. Le ragioni sono i costi troppo alti e la speranza di realizzare una ristrutturazione nei locali che rimarranno aperti. I conti in rosso non sembrano essere stati sanati neanche dall’acquisto della catena per 90 milioni di sterline, da parte di una cordata di investitori provenienti da Dubai.

Prezzo, altro brand di ristorazione italiana popolare fra gli inglesi, sta affrontando difficoltà simili mentre annuncia di poter tagliare circa mille posti di lavoro sui quasi 5mila totali. TPG Capital, la società di private equity che possiede la catena, sta trattando con il personale un abbassamento parziale degli stipendi, al fine di evitare gli esuberi e trasferire i dipendenti nei ristoranti ancora aperti.

Anche Jamie’s Italian, la catena diretta da Jamie Oliver, è pronta a chiudere 12 dei suoi 37 ristoranti. Non è bastato un rifinanziamento di tre milioni di sterline a dicembre. Il primo locale, aperto nel 2008 a Oxford, è stato seguito da tanti altri in breve tempo, realizzando un’espansione sorprendente, forse eccessiva. Oggi i debiti ammontano a 71,5 milioni e Oliver aveva già fatto chiudere sei ristoranti nel 2017 quando, ha spiegato lo stesso fondatore, la competizione del mercato e il mantenimento della qualità erano diventati insostenibili.

Il “dining crunch”, cosí è stato ribattezzato il fenomeno che vede le catene di ristorazione chiudere locali e tagliare personale, riguarda anche StradaNando’s e Pizza Express. Da una parte il business dei grandi brand ha perso il fattore novità, dall’altra la nascita di tanti ristoranti in pochi anni non ha tenuto conto della sostenibilità dei costi. Anche la star degli chef Gordon Ramsay ha ammesso che la maggior parte dei suoi locali hanno i conti in rosso.

«Per quanto gli investimenti ne abbiano già risentito, non tutto può essere attribuito alla Brexit», ha detto il critico Stefan Chomka, editor di Restaurant. «Il casual dining come ogni tipo di business ha un fisiologico ciclo di vita. È normale che dopo una forte espansione sia arrivata la recessione. Chi è voluto crescere troppo ne sta pagando le conseguenze. Si è realizzato un castello di carta dove ora per garantire la qualità e ristrutturare i locali, secondo i nuovi trend, è necessario dover rinunciare alla quantità. Il mercato è saturo».

«Quello che era considerato un settore prospero e infallibile ha iniziato a rallentare», ha detto a Londra, Italia Stefano Potortì, managing director di Sagitter One, un’agenzia di consulenza nell’ambito della ristorazione. «Possiamo ricordare fra le cause l’aumento del salario minimo, degli affitti e delle tasse sugli immobili. Ultimo ma non meno importante, l’indebolimento della sterlina, che ha reso più cara l’importazione delle materie prime e imputabile direttamente alla Brexit».

Molti titolari di queste catene hanno motivato la propria scelta definendola una normale «fase di ristrutturazione prima del rilancio e una mossa necessaria per salvare il proprio business», ma rappresenta anche un rinnovamento nel modo di fare impresa che deve considerare qualunque imprenditore voglia fare ristorazione nella City.