Bye Bye Alitalia

La compagnia compie oggi l’ultimo volo, fra sentimentalismo e rimpianto per le occasioni perdute

Bye Bye Alitalia

 

Oggi che l’Alitalia compie l’ultimo volo è facile farsi prendere dal sentimentalismo.

Quelli della mia generazione hanno conosciuto l’esperienza (e la magia) del volo grazie ad Alitalia. Per anni il vettore ci ha fatto viaggiare in Italia e nel mondo, e dava una certa soddisfazione poterlo fare accompagnati da un marchio e un nome così elegante. Per me poi Alitalia è stata una parte fondamentale della mia vita professionale, avendoci lavorato per quasi 13 anni.

Il mio ricordo piú bello è del 1997, quando mi invitarono nell’hangar di verniciatura a Fiumicino per vedere il B747 con la livrea dei Baci Perugina. Centinaia di stelline bianche dipinte a mano su sfondo blu notte. Un capolavoro di design e marketing del made in Italy. Ma già allora l’azienda accumulava perdite su perdite, prontamente ripianate dallo Stato.

La politica è stata la vera aguzzina di Alitalia. Dalle assunzioni alle scelte di network, il vettore era visto come uno strumento, piú che un’azienda da fare prosperare. Una condizione impossibile da sostenere in un mercato ormai liberalizzato e in radicale trasformazione.

Il giochetto di fare fallire la “vecchia” Alitalia per ripartire con la “nuova”, ripetuto piú volte nonostante le regole europee a protezione della concorrenza, non ha mai funzionato. I motivi sono evidenti. Sogni di gloria e scelte sbagliate di uomini, network, modello di business. Impossibile competere con i grandi vettori internazionali e con le low cost che nel giro di pochi anni hanno preso il controllo del mercato italiano.

La verità è che Alitalia avrebbe dovuto salutarci molti lustri fa. Non avendo preso le medicine giuste quando c’era ancora tempo e qualche speranza di guarigione, è scivolata in un lungo coma, attaccata a un respiratore costosissimo che dovremmo essere contenti di poter finalmente staccare.

Il testimone passa ora a ITA, la nuova aerolinea creata dal nostro Governo con alcuni degli assets di Alitalia (ma non il nome o il marchio, almeno per ora). Sul mercato si presenta come un piccolo player con un’identità poco chiara, un modello di business non particolarmente competitivo, e una certa dipendenza dalla politica. Non proprio le condizioni migliori. E all’orizzonte non si vedono altre compagnie aeree italiane in grado di giocare un ruolo significativo e prosperare.

Qualcuno potrebbe interpretare il fallimento di Alitalia come un’evidenza che gli italiani non capiscono il trasporto aereo. Tutt’altro. Basta guardare ai tanti professionisti italiani che si fanno onore in tutto il mondo nel settore dell’aviazione.

Non c’è motivo per cui l’Italia non debba avere una buona compagnia aerea. Ce l’hanno l’Irlanda (Ryanair) e l’Ungheria (Wizzair), paesi che non hanno il nostro peso economico o la nostra tradizione aeronautica. Forse un giorno ci riusciremo, con ITA o con qualche altro vettore che potrà nascere in futuro. Ma per ora, possiamo solo mettere da parte sentimentalismi e rimpianti e dire bye bye Alitalia.

Francesco Ragni

Direttore di Londra Italia e docente di trasporto aereo alla Buckinghamshire New University

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