Regno Unito sempre più perso nell’infinito puzzle della Brexit

L'Unione Europea non vuole fare neppure un passo indietro sull'accordo già trovato con l'UK

Regno Unito sempre più perso nell’infinito puzzle della Brexit

 

A che punto è la Brexit? Probabilmente, viene da dire, sarebbe stato preferibile non averci mai provato.

Per dare un quadro della situazione che riassuma gli eventi di questi giorni bisogna cominciare dall’inizio. Da quanto, cioè, David Cameron promise il referendum nel corso della campagna elettorale che lo avrebbe portato a Downing Street per la seconda volta nel 2015.

Cameron era sicuro di vincere la scommessa. Per lui era solo marketing elettorale. Perse, e la sua carriera terminò. Raramente nella storia degli stati democratici  l’imperizia di un politico ha inciso così tanto sui destino di un paese.

L’EPOCA DI THERESA MAY – Al suo posto subentrò Theresa May, tiepida remainer con il mito di Margaret Thatcher. “Brexit means Brexit” il suo slogan, ripetuto come un mantra sin dalle prime ore. Si chiama fare la voce grossa, e certe volte serve, soprattutto se dall’altra parte c’è un interlocutore – l’Unione  Europea – perennemente diviso su tutto ciò che conta. L’idea era quella di spaventare Bruxelles, innescare spinte separatiste in altri paesi, e mostrare che la Gran Bretagna poteva fare a meno della UE, ma il contrario non era pensabile.

Anche in questo caso le cose non andarono secondo i piani e, mentre il governo May si sfaldava pezzo dopo pezzo, i negoziatori di Bruxelles portavano avanti con pazienza le trattative, forti dell’appoggio dei propri esecutivi.

La bozza di accordo dello scorso novembre, discussa in un anno e mezzo e fortemente sbilanciata verso il continente, è stata approvata in mezz’ora dai vertici dell’Unione. In UK il via libera Parlamentare è stato, invece, rimandato a data da destinarsi: il timore era che finisse in un bagno di sangue.  “Vendere l’accordo agli elettori”, questa l’espressione più usata per descrivere il tour promozionale del primo ministro nelle scorse settimane: una locuzione che rende l’idea di quanto sulla questione si sia speculato facendo ricorso al peggior campionario della demagogia.

L’ultimo schiaffo risale a ieri: Theresa May, volata a Berlino per chiedere ulteriori concessioni da presentare in patria, se le è viste negare ancora una volta.

LA QUESTIONE IRLANDESE – La questione principale sul tavolo è quella della frontiera nordirlandese: EIRE e Ulster  non possono essere separati nemmeno in caso di Brexit, a rischio di una scatenare nuova e sanguinosa guerra civile. Ma il timore è che, senza una vera frontiera, il confine diventi la porta di ingresso in Europa per merci che violano gli standard comunitari, determinando così una situazione di concorrenza sleale per le imprese che, invece, sono obbligate ad attenervisi.

Una impasse in piena regola, che rispecchia la confusione di un paese che, senza averlo compreso, dall’Unione aveva molto da guadagnare. A partire dal fatto che ha sempre continuato a mantenere la propria moneta, e non è cosa da poco.

Ora sono in pochi a invidiare la May. Una dopo l’altra, e nel giro di pochi giorni, stanno cadendo tutte le opzioni alternative, quei piani B a cui sarebbe stato necessario pensare tre anni fa, se il tema fosse stato affrontato senza supponenza, mentre il paese è diviso in opposte fazioni che sembrano mirare alla propria sopravvivenza politica più che al bene della nazione. Ad aggravare un quadro già critico, la mancanza di un’opposizione, dato che i laburisti preferiscono non esporsi per cercare di passare all’incasso quando  – sarà inevitabile – la May lascerà l’incarico.

NUOVO REFERENDUM ? – La strada per un nuovo referendum che consenta un passo indietro non è mai stata battuta, finora. Non è facile contraddire il voto popolare, soprattutto per un paese che fa della correttezza una bandiera. L’ipotesi, però, comincia ad affacciarsi in riva al Tamigi. Per giungere a un nuovo voto,  l’argomento decisivo sarebbe la falsa propaganda dei tanti caudillos che promettevano l’Eldorado agli elettori britannici, a patto di lasciare Bruxelles.

L’uscita senza accordi getterebbe il paese in un caos senza precedenti. Un caos che nessuno, veramente, vuole. Tranne forse politici troppo presi dal proprio ego per pensare alle conseguenze.

@apiemontese

Foto @Pixabay

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