Scozia, Irlanda e G20: Brexit, May sotto tiro

I Grandi riuniti in Cina: "Fate presto". E si apre il fronte interno

Scozia, Irlanda e G20: Brexit, May sotto tiro

Theresa May sapeva che luglio e agosto non sarebbero stati mesi di vacanza quando ha accettato di trasferirsi a Downing Street. Le indiscrezioni sull’accordo post Brexit con la Ue circolate nei giorni scorsi – si parlava di una trattativa a partire da quello di febbraio,  con UK dentro al mercato unico e circolazione delle persone sospesa per sette anni – non sono state confermate. Quello che è certo, invece, è che la May in poche ore si è trovata sotto il fuoco incrociato del G20, della Scozia e dell’Irlanda del Nord.

Alle dichiarazioni attendiste di Londra, che attiverà l’articolo 50 non prima di fine anno, il G20, riunito in Cina con i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, ha replicato invitando la Gran Bretagna a decidere in fretta come uscire dall’UE e in che tempi.

Non va meglio sul fronte interno. Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon rilancia sull’indipendenza. “Se i nostri interessi non possono essere protetti nel contesto del Regno Unito – ha affermato in un discorso, l’indipendenza deve essere tra le opzioni che la Scozia deve avere il diritto di considerare“. Nessun dietro front, quindi. “Faremo i passi preliminari per assicurarci che sia un’opzione aperta per il parlamento scozzese, se quest’ultimo lo considera necessario”.

Il quadro, afferma la leader, è cambiato. “Il Regno Unito per cui ci siamo espressi nel 2014 si collocava all’interno dell’Unione Europea – ha aggiunto – ma oggi la situazione è radicalmente cambiata”. Per Londra, prevede, “le prospettive sono incertezza, contestazioni e imprevedibilità. In queste circostanze, può ben essere che l’opzione che ci offre la maggior certezza, stabilità e il massimo controllo sul nostro destino sia quella dell’indipendenza”. I sondaggi rilevano che, comunque, al momento la maggioranza degli scozzesi sarebbe contraria a un nuovo referendum.

Situazione complicata anche in Irlanda del Nord. Gli accordi del Good Friday che nel 1998 posero fine a 30 anni di guerra (costati più di 3mila morti) potrebbero essere rimessi in discussione con la Brexit: le carte prevedono infatti la libera circolazione tra Northern Ireland ed Eire, data per scontata ora che entrambi si trovano all’interno dell’Unione Europea. Ma uno degli argomenti principali del Leave era proprio il controllo delle frontiere per limitare l’immigrazione. Con l’Eire ancora comunitaria, potrebbe crearsi, invece, un corridoio ideale per entrare nel Regno Unito, facendosi beffe del referendum; gli accordi del Good Friday, inoltre, contengono riferimenti (e sembrano, quindi, vincolati) ai trattati sull’Europa, e dovrebbero essere ridiscussi se l’UK ne uscisse. Al riguardo, un gruppo di politici e attivisti per i diritti umani ha già minacciato un ricorso alla High Court contro il governo di Londra se i compromessi che hanno portato alla pace non saranno garantiti. Theresa May si è affrettata a precisare di non voler ripristinare i controlli alla frontiera. Ma la partita a scacchi del dopo-voto è ancora tutta da giocare. (photo: bbc.co.uk)

Antonio Piemontese
@apiemontese