Brexit, lunedì May torna in Parlamento col piano B. E Farage si prepara alla battaglia

"Mai vista una Gran Bretagna così in preda al caos". E l'ex leader dell'Ukip scalda i motori

Brexit, lunedì May torna in Parlamento col piano B. E Farage si prepara alla battaglia

 

All’indomani del voto del Parlamento che ha respinto l’accordo negoziato da Theresa May e dal suo governo in un anno e mezzo, il Regno Unito si trova a dover decidere in due mesi il proprio destino.

La situazione – osservano nelle ambasciate –  è caotica come mai prima nel paese: i ribelli conservatori, quelli che hanno affossato l’accordo regalando alla premier la più clamorosa sconfitta della storia parlamentare, sono divisi in almeno sei fazioni. Il partito laburista di Jeremy Corbyn non è da meno, combattuto tra l’anima europeista e la componente scettica.

May dovrà presentarsi a Westminster nuovamente lunedì prossimo per spiegare come intende muoversi per uscire dall’impasse. Dopo la sconfitta, aveva detto di voler trovare un accordo che fosse in grado di raccogliere il sostegno dell’assemblea.

In queste ore sono in corso colloqui trasversali tra i membri degli schieramenti, che coinvolgono molti tra quanti sono contrari a un no-deal. Non tutti, perché l’ordine di scuderia del partito laburista è di non parlare col nemico fino a che l’opzione “nessun accordo” rimane sul tavolo.

Persino il governo è sempre più diviso al proprio interno tra falchi e colombe –  e si tratta di un esecutivo che ha già perso parecchi pezzi sulla strada che porta lontano da Bruxelles.

Martedì 29 gennaio, a due mesi esatti dalla data presunta di uscita, il Parlamento sarà quindi chiamato nuovamente a pronunciarsi sul cosidetto “piano B” valutando le parole del primo ministro.

Si aspetta un segnale dall’Europa per capire che margini di manovra ci sono. Ma in Belgio hanno compreso da tempo di avere il coltello dalla parte del manico: la richiesta è pronunciare parole chiare, inequivocabili. Una certa flessibilità potrebbe essere concessa solamente nel caso Londra abbandonasse la retorica massimalista del “Brexit means Brexit“, il muro contro muro che ha incattivito le diplomazie continentali, e riconoscesse che andarsene non è una scelta facile per nessuno.

Se dai colloqui di questi giorni si giungerà a una sintesi approvata da Westminster, il Regno Unito uscirà dall’Europa in questi termini a marzo.

In caso contrario, nulla è escluso: da una proroga dei termini (se l’UE la concederà) a un secondo referendum. Ma c’è  anche chi pensa a un altro voto di sfiducia a Theresa May, la quale difficilmente potrebbe sopravvivere, se non fosse che nessuno è disposto a giocarsi la carriera prendendo in mano la patata bollente. Ulteriore entropia.

A complicare un quadro drammatico, il possibile ritorno di Nigel Farage: “Sono pronto a battermi ancora se sarà necessario” ha tuonato il politico che più di tutti aveva voluto il referendum nel 2016, ovviamente contrario a ripetere la consultazione.  Uscito di scena tre anni fa per godersi la vittoria, è pronto a infiammare nuovamente gli animi.

Londra non è mai stata così dilaniata, osservano diplomatici di lungo corso sentiti dal Guardian. “C’è molta retorica alla Churchill – chiosa uno di loro -. Il problema è che manca un Churchill“.

@apiemontese

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