Brexit e pandemia, in 700mila lasciano temporaneamente Londra

Sono in 30mila della comunità italiana che hanno invece lasciato il Regno Unito. Quanti di questi si apprestano a rientrare?

Brexit e pandemia, in 700mila lasciano temporaneamente Londra

 

Nel 2020, la popolazione del Regno Unito ha subito il più grande calo dalla Seconda Guerra Mondiale, con Londra tra le zone più colpite a causa dell’”esodo di massa dei lavoratori europei.” A rivelarlo un recente rapporto dell’Economic Statistics Centre of Excellence (ESCoE), secondo il quale la popolazione della capitale si sarebbe ridotta dell’8% nell’ultimo anno.

Secondo un altro recente studio a contribuire a tali numeri, circa 30.000 italiani avrebbero lasciato il paese dall’inizio della pandemia.

Ma le cause dell’esodo – come viene chiamato nel rapporto – non sono da ricercarsi soltanto nell’attuale emergenza sanitaria, che ha generato la perdita di milioni di posti di lavoro e costretto altrettanti impiegati ad accettare riduzioni salariali, ma anche nella Brexit che ha aggiunto alle preoccupazioni di tipo economico altre incertezze di tipo burocratico, legale e previdenziale.

Londra avrebbe visto partire 700.000 residenti, tra lavoratori e studenti, e ad oggi non si sa quanti destinati a rientrare. Un dato sbalorditivo per chi si ricorda la Londra pre-Covid: accogliente, affollata, indaffarata. Ma anche un dato che, se accurato, potrebbe far riflettere sul futuro della capitale e sulla sua tramontata egemonia finanziaria in Europa.

Oggi, chi lascia Londra lo fa per diversi motivi.

Secondo il rapporto, i lavoratori europei sono più frequentemente impiegati nei settori della ristorazione e dei servizi rivolti al pubblico di quanto non lo siano i lavoratori britannici. Con le restrizioni legate all’attuale crisi sanitaria, in molti sono stati quindi lasciati a casa. “La scelta sarebbe stata: rimanere nel Regno Unito, senza lavoro e con pochi o zero risparmi e pagare gli affitti esorbitanti della capitale, o tornare a casa dalla famiglia, dove i costi sono minori e spesso c’è anche un minor rischio di contrarre il virus. Una scelta non troppo difficile,” come la definisce l’ESCoE.

Ci sono poi gli studenti, che arrivati nel Regno Unito convinti di poter usufruire di alcuni dei servizi offerti dagli atenei e di potersi supportare economicamente con un lavoretto part-time, spesso in bar o ristoranti, si sono poi trovati a seguire le lezioni dalle loro camere da letto, in residenze universitarie costose ed affollate, e senza quell’unica forma di introito. Molti di questi hanno quindi optato per rientrare a casa.

Anche i lavoratori da remoto, coloro che da 10 mesi si sono visti costretti a convertire parte della loro stanza in un ufficio e a svolgere le loro mansioni unicamente online sono tra coloro che hanno lasciato la capitale negli ultimi mesi. La lontananza dalla famiglia e le preoccupazioni dovute alla pandemia sono stati fattori decisivi, racconta Yari, che a marzo ha deciso di continuare a lavorare per la sua azienda londinese dalla casa in Friuli. Ma la Brexit rimane un pensiero fisso:“Per mantenere il pre-settled status sono dovuto tornare a settembre e poi ancora a gennaio. Non ci si può assentare per più di 6 mesi consecutivi.”

Non è solo il Covid a spingere molti a emigrare. Con la Brexit, molte compagnie, banche ed aziende hanno deciso di spostare le loro sedi operative dalla City londinese ad altre città europee, in Olanda, Germania e Belgio. Con esse, migliaia di impiegati e relative famiglie hanno lasciato il paese. Anche ricercatori e professori universitari sono tra le categorie più prone a cercare il trasferimento verso il continente.

L’ESCoE suggerisce che questo calo potrebbe essere temporaneo, come potrebbe non esserlo. Ed in questo secondo caso, “Londra ne subirebbe profonde conseguenze sul medio e lungo periodo.”


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