Brexit, May: pieni diritti agli europei dopo 5 anni. Pioggia di critiche alla proposta

La proposta prevede uno status speciale per chi ha 5 anni di residenza in UK, con pieni diritti su assistenza sanitaria benefits e pensioni. Ma sono molti i dubbi e i caveat

Brexit, May: pieni diritti agli europei dopo 5 anni. Pioggia di critiche alla proposta

 

Per Theresa May, che l’ha presentata ieri a Bruxelles, è una proposta “seria e corretta”. Ma la reazione è stata tiepida, per non dire fredda, sia in Europa che in casa propria.   “Un primo passo, ma non sufficiente” hanno detto diplomaticamente Juncker e la Merkel, mentre il Primo Ministro belga Charles Michel l’ha paragonata a un “gatto nel sacco”, espressione fiamminga usata per definire un regalo di dubbio gusto. Ancora più diretto il sindaco di Londra Sadiq Khan, paladino dei diritti del milione di europei di Londra. Per lui la proposta della May è semplicemente “inaccettabile”. E dalle associazioni per i diritti degli europei arrivano parole ancora più dure: secondo il gruppo The 3 Million si tratta di un’offerta “patetica”.

Reazioni che era lecito attendersi. Il tema dei diritti degli europei è emerso prepotentemente non appena noto il risultato del referendum, esattamente un anno fa.  È un tema che in UK coinvolge 3 milioni di europei residenti, ma non solo, anche migliaia di inglesi legati a europei per ragioni familiari o lavorative e tutto il mondo del business, che ha prosperato grazie ai lavoratori provenienti dal continente. In tutto questo periodo la May ha evitato di offrire garanzie vere insistendo anzi nel volere usare i diritti degli europei come elemento negoziale. Dopo tanta attesa, che ha generato frustrazione, ansia e incertezza, solo una proposta veramente sincera e garantista avrebbe suscitato applausi.

La proposta della May prevede l’introduzione di uno status particolare (“settled status“) per gli europei che vivono e lavorano nel Regno Unito, con diritti analoghi a quelli dei britannici in termini di assistenza sanitaria, benefits e pensioni. Ne avranno diritto tutti i residenti in UK da almeno 5 anni. Coloro i quali sono in UK da meno tempo potranno rimanere fino a quando non avranno raggiunto i 5 anni di residenza necessari per il nuovo status.

Da quando partono i cinque anni? Non è ancora chiaro quale sia la cut-off date, ovvero la data entro la quale bisogna essere arrivati in UK per godere di questo status, si sa solo che dovrebbe cadere tra la data di attivazione dell’articolo 50 (29 marzo 2017) e quella della Brexit (29 marzo 2019). Coloro i quali arriveranno tra la cut-off date e la data della Brexit potranno godere di un ‘periodo di grazia’ di circa due anni nei quali chiedere di regolarizzare la propria situazione.

Sullo sfondo rimangono molti altri elementi, tra i quali quello della competenza legale.  Se un europeo residente in UK si sente discriminato potrà fare ricorso a quella Corte di Giustizia Europea a cui la May vuole togliere ogni giurisdizione? Ma sono molte (addirittura migliaia secondo il Primo Ministro olandese) le domande ancora senza risposta. Dubbi che in parte potranno essere chiariti lunedi prossimo, quando saranno resi noti tutti i dettagli della proposta May.

L’offerta del Governo UK  – elemento importante da ricordare – non è unilaterale: è valida solo a condizione che venga riservato un trattamento analogo al milione di britannici che oggi vive nei 27 paesi dell’Unione Europea. Rimane fermo l’approccio espresso in ogni occasione dal governo in carica: i diritti degli europei sono una merce di scambio, da spendere sul tavolo delle trattative come fiches in una partita di poker.

Una circostanza confermata da un’indiscrezione pubblicata oggi dall’Evening Standard: nei giorni successivi al referendum, con Cameron già dimissionario, il Governo fu chiamato a votare se garantire unilateralmente i diritti agli europei in UK. La proposta fu bocciata con un solo voto negativo, quello dell’allora Ministro degli Interni. Se non vi ricordate il suo nome ve lo diciamo noi: era Theresa May, la stessa persona che nell’arco di pochi giorni si sarebbe trasferita a Downing Street a guidare le danze verso la Brexit.