Brexit, prime indicazioni del Governo italiano in caso di no-deal

Tra le principali aree di interesse servizi finanziari, import-export, normative sanitarie, acquisti online e titoli di studio

Brexit, prime indicazioni del Governo italiano in caso di no-deal

 

Servizi finanziari, movimento merci, normative sanitarie ma anche acquisti eBay, appalti, titoli di studio e cooperazione giudiziaria. Per non parlare della proprietà intellettuale e del riconoscimento dei titoli di studio: se Brexit sarà, e il Parlamento britannico non avrà approvato un accordo con l’Unione, nel giro di poche ore la legislazione UE smetterà di essere applicata Oltremanica. Con conseguenze potenzialmente devastanti per alcuni business, e fastidi non da poco per i singoli.

Il principio è uno: sono previste delle procedure di emergenza, ma chi si fa trovare impreparato non sarà aiutato. Vietato, quindi, girarsi dall’altra parte in attesa che la situazione si chiarisca.

Palazzo Chigi ha diffuso in questi giorni un documento destinato a tutti i cittadini italiani che per ragioni professionali, di business o personali interagiscono con il Regno Unito. Nel paper, disponibile a questo link, si traccia un sintetico scenario di quello che potrebbe accadere in caso di no-deal.

La Commissione Europea ha, però, chiesto agli stati membri di adottare un approccio unitario ed evitare accordi bilaterali che, scrive Bruxelles, sarebbero incompatibili con la ripartizione delle competenze all’interno dell’Unione Europea o, anche laddove compatibili con essa, “metterebbero in ultima analisi a repentaglio l’integrità dell’UE”.

Ma attenzione: anche se un accordo di uscita si trovasse, avvertono i vertici continentali, il Regno Unito non potrà vantare gli stessi diritti di un paese membro. Resterà sempre uno Stato terzo.

EXPORT A RISCHIO – Vediamo alcuni casi in dettaglio. Per quanto riguarda la supply chain, cioè le forniture, il diritto UE attribuisce responsabilità diverse a seconda della posizione che occupano nella catena di approvvigionamento.

E’ importante ricordare che il territorio europeo oggi è considerato mercato domestico: in caso di mancato accordo, le imprese che acquistano prodotti dal Regno Unito potrebbero essere, invece, considerate importatrici, con il carico di adempimenti e di obblighi giuridici previsti dalla normativa .

Il discorso vale anche per le esportazioni. Chi esporta fuori dall’Unione oggi può beneficiare di tariffe preferenziali verso i paesi con cui l’UE ha concluso accordi di libero scambio, a condizione che i prodotti abbiano abbastanza “contenuto UE” secondo i parametri delle cosiddette norme di origine.

Ma dopo la Brexit l’apporto del Regno Unito al prodotto finito non potrà più essere considerato contenuto UE: va, quindi, effettuata una valutazione per evitare rogne.

Per quanto riguarda le qualifiche professionali necessarie ai cittadini britannici per esercitare la professione nella UE e viceversa, è probabile che si renda necessario un riconoscimento. Pare che la linea  sia quella di tener conto della data di avvio della pratica: se antecedente all’uscita, potrebbe valere la considerazione che al momento della presentazione il Regno Unito fosse ancora uno stato membro. Meglio, quindi, raccogliere informazioni e  muoversi da subito.

Occhio anche alle imposte dirette e indirette: in caso di uscita dallUnione senza accordo, il trattamento fiscale di tutte le transazioni, incluse quelle in corso, sarà soggetto a cambiamenti. Nuove saranno anche le regole per l’IVA e le accise.

Dal 29 marzo conviene prestare attenzione al roaming su territorio britannico ma anche ai voli prenotati: se l’accordo di recesso non sarà ratificato, la circolazione aerea tra la UE e il Regno Unito rischia di essere interrotta. Nei giorni scorsi il caso Blueair ha aperto le danze: la compagnia romena ha cancellato alcuni voli previsti a partire da marzo.

L’Unione ha assicurato che i collegamenti di base saranno effettuati con una procedura speciale, ma si tratta di atti sottoposti a vincolo di reciprocità: perché Bruxelles non mostri i muscoli il Regno Unito non dovrà creare problemi.

Ma l’Italia è pronta a un no-deal? “No, assolutamente” afferma Massimo Ungaro, deputato PD eletto nella circoscrizione estero. “Francia, Germania e persino il Belgio discutono da mesi in Parlamento le contromisure in caso di no-deal. Noi ci siamo mossi tardi, ed è solo nei giorni scorsi che il Ministero dell’Economia ha messo una pezza per garantire che gli operatori finanziari britannici possano continuare a restare controparti nelle transazioni“.

@apiemontese


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