Brexit, bocciati il “no deal” e il secondo referendum. E adesso?

Il Parlamento ha approvato una estensione dell'Articolo 50, ma tocca alla May chiederlo e tutti gli scenari sono ancora aperti.

Brexit, bocciati il “no deal” e il secondo referendum. E adesso?

Dopo tre giorni di votazioni e una settimana politica a dir poco rocambolesca, Theresa May può rifiatare durante il weekend prima di affrontare un’altra settimana decisiva.  Il primo ministro è ancora in carica e il quadro si è fatto leggermente piú chiaro: le opzioni “no deal” e secondo referendum sono state escluse, ed è stato approvato il rinvio della Brexit. Ma fino a quando e per fare cosa esattamente?

La situazione, quando mancano appena dodici giorni (esatto, dodici) al 29 marzo 2019, è ancora profondamente incerta. Proviamo a fare ordine elencando quello che è successo:

  • Il deal di Theresa May è stato bocciato una seconda volta. La prima volta, a gennaio, il governo aveva incassato una sconfitta di proporzioni abnormi (432 no contro 210 si). Martedi scorso il piano è stato bocciato con 391 no e 242 si.
  • Il giorno successivo l’opzione “no deal” è stata respinta dal Parlamento con una maggioranza di 43 voti.
  • Il Parlamento ha provato a prendere il controllo sottraendo al Governo la responsabilità di decidere cosa fare ma per un soffio non vi è riuscito. L’emendamento che lo avrebbe permesso è stato votato contro per soli due voti.
  • L’opzione di un secondo referendum è stata bocciata con una larga maggioranza (334 voti contrari e 85 favorevoli), grazie anche all’astensione dei laburisti.
  • Infine, Westminster ha approvato (413 a 202) una mozione che da mandato a Theresa May di chiedere all’Unione Europea una estensione dell’articolo 50.

Colpita ma non affondata, Theresa May è ancora al timone, in mezzo alla burrasca. Nei prossimi giorni il Primo Ministro potrà lavorare ancora sull’accordo e provare a farlo approvare per una terza volta, martedi prossimo, 19 marzo.  Se dovesse riuscirci, chiederà ai 27 paesi dell’EU (che si riuniscono due giorni dopo) di approvare una estensione fino a fine giugno, che permetterebbe al paese di prepararsi meglio. In questo caso avremo la soft Brexit disegnata dalla May e concordata con l’UE, ma rimane da risolvere il nodo cruciale del backstop irlandese.

Se invece il deal dovesse essere bocciato ancora una volta, May non avrebbe altra scelta che quella di chiedere una estensione piú lunga, che secondo alcuni commentatori potrebbe essere anche di due anni. In questo caso il Regno Unito dovrebbe partecipare alle prossime elezioni europee e prepararsi a una ulteriore, lunga e stancante fase di incertezza. Anche in questo caso servirebbe il consenso di Bruxelles che per darlo ha già anticipato di volere “un valido motivo”, e non è scontato che la May sia in grado di ottenerlo. “Senza chiarezza – ovvero la firma del withdrawal agreement oppure una chiara alternativa – prevarebbe l’opzione no deal” ha già spiegato un portavoce di Emmanuel Marcon.

I voti di Westminster, infatti, hanno valore politico ma non legislativo. In mancanza di una nuova delibera il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea il 29 marzo, visto che la data è stata volutamente scritta in una legge approvata dal Parlamento. In altre parole, il “no deal” è ancora la posizione di default se non dovesse succedere nulla. Persino il secondo referendum, seppur votato contro, non può essere del tutto escluso, e sullo sfondo rimane sempre l’opzione cara a Corbyn di andare a elezioni anticipate.  Per citare Churchill la Brexit rimane “a riddle, wrapped in a mystery, inside an enigma” e quella che inizia lunedi sarà un’altra settimana in cui tutto può ancora succedere.


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