Brexit, il Governo temporeggia: “Non attiveremo l’articolo 50 prima del 2017”

Dal momento della richiesta, partirà il conto alla rovescia di due anni: secondo questo scenario, la Gran Bretagna non lascerebbe la UE prima del 2019.

Brexit, il Governo temporeggia: “Non attiveremo l’articolo 50 prima del 2017”

Il governo inglese non attiverà l’articolo 50, necessario a innescare il meccanismo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, prima della fine del 2016. Lo ha affermato l’avvocato governativo Jason Coppel comparso davanti alla High Court martedì mattina in merito a una serie di almeno sette  cause che si profilano dopo il 23 giugno.

Le azioni sarebbero da ascrivere a privati cittadini che chiedono un voto formale del Parlamento sulla Brexit: la tesi è che sulla questione il primo ministro non possa decidere da solo, in linea con la prassi costituzionale della democrazia inglese.  Il referendum del 23 giugno era, infatti, meramente consultivo.

Secondo quanto riportato da Reuters, l’avvocato ha dichiarato che “la posizione attuale (del Governo) è che la notifica ( cioè la formalizzazione della volontà di uscire, ndr) non arriverà prima della fine dell’anno”. Coppel ha precisato che, nonostante le intenzioni, la posizione di Downing Street potrebbe cambiare.

Mani libere, quindi, in attesa di una decisione chiara sul futuro della nazione. Attesa dai cittadini, attesa dai mercati. Dal momento della richiesta, infatti, scatterà il conto alla rovescia di due anni previsto dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona: se lo scenario prospettato stamane si verificasse, pertanto, la Gran Bretagna non lascerebbe la UE prima del 2019. Fino ad allora, manterrebbe gli stessi diritti e doveri di qualsiasi altro Stato membro, e resterebbe vincolata agli accordi in essere, compresi quelli economici e sulla libera circolazione delle persone.

L’impressione è che il Governo cerchi di capire la reale portata dell’uscita dall’Euroclub.  A un ottimismo di facciata non hanno fatto seguito,  almeno fino ad ora, atti concreti. Il premier Theresa May aveva precisato che “Brexit means Brexit” a ridosso della nomina, linea mantenuta dal neo ministro degli esteri, ed ex sindaco di Londra, Boris Jonhson. “Il messaggio che porterò ai nostri amici al Consiglio d’Europa è che dobbiamo dar effetto alla volontà popolare e lasciare l’Unione Europea, ma in nessun modo questo significa che lasceremo l’Europa”aveva dichiarato domenica prima di presentarsi a Strasburgo per quello che ha sarcasticamente definito “il mio primo viaggio Oltremare”.

Ma al di là delle dichiarazioni, un voto del Parlamento inchioderebbe May alla decisione, la cui portata non sembra essere stata valutata  appieno nel fervore della campagna pro-Leave. Per alzare la posta, la leader ha esortato Westminster a mantenere il programma nucleare Trident, per aver un “minimo di capacità ” atomica “credibile e indipendente.

La premier è aiutata dalle incertezze dell’Europa. La linea di Bruxelles è, al solito, sfaccettata. Dal “subito fuori” italiano e francese, corroborato dal presidente della Commissione Juncker, all’appeasement tedesco, che considera i riflessi sull’export da 100 miliardi di euro che lega Berlino a Londra. Probabilmente la variabile da tenere d’occhio è proprio il voto parlamentare: solo se, e quando, ci sarà il passaggio in aula, il processo che allargherà la Manica per la prima volta dopo quasi 50 anni partirà per diventare irrevocabile.

Antonio Piemontese