“Continueremo ad alzare la voce fin quando non otterremo giustizia”

Antonio Roncolato è tra i sopravvissuti della Grenfell Tower, rimasto bloccato nel suo appartamento per oltre cinque ore

“Continueremo ad alzare la voce fin quando non otterremo giustizia”

 

Antonio Roncolato si è trasferito a Londra 33 anni fa dal Veneto e per 27 anni ha vissuto all’interno della Grenfell Tower, al decimo piano. Proprio in quell’appartamento ha mosso i primi passi suo figlio Cristopher, oggi 28enne. Antonio è uno dei sopravvissuti all’incendio e a un anno di distanza torna con la mente a quei momenti, quando per cinque ore è rimasto bloccato nel suo appartamento prima che i vigili del fuoco lo venissero a salvare.

Ha mai creduto per un solo momento di non riuscire a farcela?
Sono venuto a sapere dell’incendio solo grazie a mio figlio, che stava rientrando dal lavoro, chiamandomi al telefono quando le fiamme hanno iniziato ad alzarsi; mancava poco alle due di notte. In un primo momento è stato difficile accorgersi di cosa stesse accadendo, poi il fumo è iniziato a entrare dalle finestre che non erano perfettamente sigillate. Il tempo sembrava interminabile ma, più che farmi prendere dal panico, ho pensato che in simili momenti non si può sbagliare nulla.  I vigili del fuoco mi hanno avvertito che le operazioni avrebbero richiesto un po’ di tempo, ma non ho mai perso la speranza. Poi finalmente sono stato tirato fuori alle 6:30 del mattino, dopo quasi 5 ore, e mi sono reso conto della tragedia. Ma non ho mai creduto, in un solo istante, che quello sarebbe potuto essere il mio ultimo giorno di vita, mai e poi mai.

Ha colpito molto la storia di Gloria e Marco, i due giovani architetti italiani che erano venuti a vivere da poco nella Grenfell, ha mai avuto modo di incontrarli?
Credo di averli incrociati solo qualche volta. Vivevano al 23esimo piano, molto più in alto rispetto a me. Mi ha toccato particolarmente la forza della mamma di Marco, quando è giunta a Londra per parlare di fronte alla commissione di inchiesta; mi ha colpito la sua capacità di alzare la voce e trasmettere agli altri l’entità del dramma che ha vissuto. Parlare a un pubblico di simili esperienze non è da tutti, e posso a malapena immaginare il dolore che prova una madre per la perdita di un figlio.



È in corso la seconda fase delle indagini con la raccolta di tutte le testimonianze, quella che poi darà vita al processo vero e proprio. Che cosa si aspetta?
Ci vorrà molto tempo, ma temo che nessuno sarà condannato e messo in carcere. Voglio però essere fiducioso, perché le vittime meritano giustizia. Sono state uccise dall’uomo, non sono morte a causa di un incidente. Ascoltare le testimonianze dei parenti nei giorni scorsi è stato straziante. Sono tornati fuori i brutti ricordi, ma tutto questo dolore non deve essere vano.

Lei fa parte del comitato dei sopravvissuti che sta proponendo un progetto che nascerà sulle ceneri del palazzo, di cosa si tratta?
Quel che resta della Grenfell sarà demolito alla fine del processo. Su quello spazio, oltre un memoriale pieno di fontane e bellissimi fiori, deve essere messo in evidenza un brutto, ripeto, brutto pezzo di quella torre, che comunichi subito al primo sguardo la portata dell’incendio e la devastazione di quella tragedia. Sarà un modo per rendere chiaro al pubblico quanto è accaduto. Poi vanno messe in atto nuove leggi per la sicurezza e la prevenzione. Ci impegneremo per questo: una tragedia come l’incendio della Grenfell Tower non dovrà ripetersi. Il dolore dei parenti delle vittime non voglio vederlo mai più. I loro volti sono stati un’immagine raccapricciante. Io mi ritengo fortunato, ma per tanti altri non è andata nello stesso modo. Il nostro compito è quello di essere vicini alle vittime e ai loro cari. Per farlo, continueremo ad alzare la voce contro ingiustizie come questa. Ne abbiamo bisogno più di quanto possa sembrare.