Vi supplico eleggete un altro. A Londra non possiamo reggere altri sette anni di Bunga Bunga

Non c’è Armani o Michelangelo che tenga contro la candidatura di Silvio Berlusconi a presidente della Repubblica

Vi supplico eleggete un altro. A Londra non possiamo reggere altri sette anni di Bunga Bunga

 

La notizia era nell’aria, adesso è ufficiale. I leader del centrodestra hanno formalmente proposto Silvio Berlusconi come candidato della loro coalizione alla carica di Presidente della Repubblica. Di colpo la tazza di caffè che teniamo in mano ci sembra pesantissima. Un brivido sinistro corre lungo la schiena.

La prospettiva di trovarsi con Berlusconi al Quirinale appare terrificante, prospettando sette anni di sfottò crudeli da parte degli amici inglesi. Gli imbarazzanti aneddoti del passato, dalla bandana con Tony Blair ai rimproveri della regina Elisabetta per il suo sfrontato ‘Mr. Obama!”, non sono stati dimenticati. Ma c’è una cosa su tutte che ha sempre affascinato i sudditi britannici, e che non vedono l’ora di poter usare nuovamente contro di noi: il Bunga Bunga.

È la vendetta che stanno aspettando, dopo un anno horribilis nel quale li abbiamo umiliati soffiandogli di tutto, risplendendo a livello internazionale mentre Boris Johnson li faceva vergognare facendosi beccare con le mani nella marmellata. È il ritorno all’ordine naturale delle cose, dove gli italiani fanno i cialtroni mammoni mentre gli inglesi trasudano classe e regalità.

Pronuncia facile, suono rotondo, effetto immediato, Bunga Bunga è una parola magica, un mantra, un passe-partout che risolve tutte le discussioni tra un inglese e un italiano. A loro non serve neanche inserirlo in una frase, gli basta sorridere sardonicamene e dire “bunga bunga” per farci tacere per sempre.

Non c’è Armani o Michelangelo che tenga contro il Bunga Bunga. Millenni di arte, scienza e cultura scompaiono davanti alla immagine inequivocabile del peggior gusto. Italiani brava gente, si diceva, ma anche volgari zozzoni.

Il brand Bunga Bunga è potente. Due imprenditori londinesi hanno cavalcato l’onda aprendo locali con questo nome, uno a Battersea e l’altro a Soho. Entrambi promettono una “immersive Italian dining experience” con “jaw-dropping live entertainment”. Niente di piccante, per carità, ma il nome ha funzionato, tra cattivo gusto e genialità di marketing, con buona pace di alcune associazioni di italiani che hanno provato a osteggiarlo.

L’Italia spende milioni di euro per promuoversi all’estero. L’ultima campagna, lanciata anche nel Regno Unito è basata sul claim “Be It”, che tradotto dall’inglese sembra voler dire “Sii italiano”. Un bell’invito. Ma come efficacia e immediatezza del brand, il Bunga Bunga berlusconiano vince mille a zero.

E allora da Londra lanciamo un accorato appello ai 1009 Grandi Elettori di Montecitorio. Vi supplichiamo, eleggete qualcun altro, chiunque altro davvero, ma non fateci vivere altri sette anni di Bunga Bunga.