Più rifiuti, meno riciclo: l’emergenza sanitaria ha messo in sofferenza il sistema

Molti comuni inglesi sono passati direttamente a bruciare la spazzature. Aumentano anche i rifiuti ingombranti provenienti da cantine e sottotetti

Più rifiuti, meno riciclo: l’emergenza sanitaria ha messo in sofferenza il sistema

 

Uno degli effetti collaterali del coronavirus è l’aumento dei rifiuti domestici. Con la gente che non può uscire e passa le sue giornate tra quattro mura, consumando pranzo e cena in casa, infatti, la quantità di immondizia prodotta si è moltiplicata. Secondo i dati dei comuni, l’aumento della raccolta dei rifiuti oscilla tra il 20 e il 50 per cento, con un comune su dieci che segnala addirittura un raddoppio del quantitativo raccolto.

Una situazione difficile da gestire, soprattutto se si considera il fatto che per via del covid-19 si sono anche registrate malattie e assenze prolungate tra gli operatori. Per questa ragione molti comuni hanno cominciato a bruciare anche i rifiuti della raccolta differenziata, visto che non avevano la capacità di procedere al riciclo secondo il normale regime.

È successo ad esempio a Cardiff, a St Helens, a Inverclyde e poi a Redbridge, a West Dunbartonshire e in molti altri centri di tutto il Regno Unito. Un danno per l’ambiente, reso necessario dalla carenza di personale che ha raggiunto livelli mai visti prima.

Secondo una verifica eseguita dalla Adept (Association of Directors of Environment, Economy, Planning and Transport), infatti, un quarto delle squadre che si occupano della raccolta nei comuni si è trovata con oltre il 40 per cento degli operatori che si sono ammalati o si sono collocati in stato di isolamento volontario per ragioni di salute personali o dei familiari.

In queste condizioni, appare dunque già positivo che quasi tutti i comuni siano riusciti a continuare nella raccolta dell’immondizia, anche se va segnalato che si sono registrate delle modifiche al servizio. Il 55 per cento delle municipalità ha interrotto la raccolta dei rifiuti ingombranti e ha anche chiuso i centri di raccolta, con conseguenze abbastanza spiacevoli.

Anche perché, in questo periodo di isolamento, molte persone hanno approfittato del tempo chiusi in casa per procedere a pulizia e riordino di soffitte, cantine e sottotetti, salvo poi ritrovarsi con montagne di rifiuti che non sanno dove sistemare. Pure la raccolta del verde ha subito una frenata in almeno il 29 per cento dei comuni, mentre nel 10 per cento è stata bloccata quella degli scarti di cibo.

Sotto questo profilo, peraltro, la situazione risulta particolarmente delicata. Come dimostra il fatto che secondo una stima oltre 50 milioni di pinte di birra finiranno nelle fognature se i pub resteranno chiusi ancora a lungo. Gli esperti di Camra (The Campaign for Real Ale) hanno stimato che 39mila pub e club con licenza per i liquori si troveranno a smaltire in media 15 barili a testa che avevano messo in cantina per queste settimane in cui non hanno aperto. Si tratta di circa 88 pinte per contenitore, che significa appunto 51 milioni di pinte da gettare via tra ale, lager e sidro. Un vero peccato, cui non esiste rimedio.

Quanto invece alla dispersione delle scorte di prodotti alimentari, qualcosa si sta muovendo per evitare che siano ugualmente disastrose, andando a pesare sulla raccolta dei rifiuti già in difficoltà. Un esempio è quello della app FruPro che aiuta a contrastare il consumo di cibo e mette in contatto in un circuito virtuoso produttori agricoli, allevatori e negozi per rendere più semplice vendita e acquisto anche in questo periodo complicato.

Solo un piccolo esempio di come la tecnologia venga utilizzata per tentare di contrastare lo spreco di risorse in un periodo in cui molte famiglie hanno difficoltà economiche e allo stesso tempo per cercare di evitare l’aumento di rifiuti difficili da smaltire.


Articolo realizzato con il supporto di Green Network Energy – la prima azienda italiana di energia nel Regno Unito 


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