Emergenza coronavirus, l’inquinamento facilita la diffusione del contagio

Il risultato da una ricerca condotta dalla studiosa italiana Francesca Dominici

Emergenza coronavirus, l’inquinamento facilita la diffusione del contagio

 

Chi vive in una zona con l’aria inquinata è ancora più a rischio di subire l’attacco del coronavirus e di avere conseguenze letali. A sostenerlo è una ricerca della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston, condotta tra l’altro da una studiosa italiana: Francesca Dominici.

Secondo l’indagine, ancora in attesa di pubblicazione, le polveri sottili mettono a repentaglio la nostra vita non solo per i rischi polmonari ma anche perché ci rendono più deboli di fronte al virus. Che le micro particelle prodotte dagli scarichi industriali, dalle auto e dagli impianti di riscaldamento, fossero cancerogene si sapeva, ma adesso la ricerca americana ha definito un legame tra l’aria inquinata e la pericolosità del Covid 19.

«Abbiamo scoperto che sul lungo periodo basta una differenza di un microgrammo nella media di Pm 2,5, il particolato ultrasottile, per aumentare il tasso di mortalità del nuovo Coronavirus del 15 per cento» ha spiegato la professoressa Dominici.

La conferma di questa connessione, che qualcuno aveva sollevato nei giorni scorsi, è stata ottenuta dai ricercatori americani lavorando su un campione molto ampio. Dapprima gli esperti hanno preso in considerazione i dati delle particelle inquinanti registrati in 3.000 contee americane, dove si concentra peraltro il 98 per cento della popolazione Usa, in un periodo compreso tra il 2000 e il 2016. Poi li hanno messi a confronto con il numero delle vittime del Covid-19 fino al 4 di aprile. Tenendo conto di una serie di variabili ed eliminando delle interferenze che avrebbero potuto creare incongruenze nella statistica, infine, gli esperti di Harvard hanno individuato il collegamento tra inquinamento e pericolosità del nuovo coronavirus.

In base alla loro indagine, dunque, nel caso in cui un individuo viva per decenni in un luogo dove ci sono livelli alti di particolato, questa persona ha una maggiore probabilità di sviluppare sintomi gravi per via del virus. Una conferma che dovrebbe spingere i cittadini ma anche le istituzioni a rivedere il loro stile di vita, visto che gli scarichi di auto e impianti industriali non sono responsabili solo di infiammazioni ai polmoni e problemi cardiocircolatori, ma anche di guai ben più gravi.

La ricerca coordinata dalla dottoressa Dominici, tra l’altro, fa eco a un’indagine realizzata dall’Università di Bologna secondo la quale la pianura padana, che risulta una delle zone più inquinate d’Europa, è stata una delle aree più colpite dal virus.

Nel Regno Unito, invece, una sorte analoga è toccata a Londra, dove l’emergenza è altissima e dove la media annuale del Pm 2,5 è di 11 microgrammi per metro cubo, 1 microgrammo in più rispetto al limite massimo fissato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Il beneficio dell’indagine, però, è anche un altro. Come ha spiegato la dottoressa Dominici, sapere che le zone più inquinate sono più a rischio aiuta a programmare in modo puntuale gli interventi di prevenzione, come ad esempio il distanziamento fisico. E a definire protocolli di assistenza efficaci, liberando posti letto, attrezzando le terapie intensive, preparando equipe e strutture a un’ondata importante di pazienti gravi.


Articolo realizzato con il supporto di Green Network Energy – la prima azienda italiana di energia nel Regno Unito 


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