“Inutile parlare di Europa quando perdiamo pezzi di identità nazionale”

Cristiana Capotondi si racconta, ospite a Londra della rassegna "Cinema Made in Italy"

“Inutile parlare di Europa quando perdiamo pezzi di identità nazionale”

 

Uno dei temi più scottanti dell’attualità italiana, il lavoro, approda a Londra in occasione della settima edizione di Cinema Made in Italy. La rassegna, in programma presso il Ciné Lumière di South Kensingon (fino a domani, qui tutti i dettagli su film, attori e registi ospiti) nel suo primo giorno di programmazione ha visto la proiezione di 7 minuti.

Diretta da Michele Placido, la pellicola vede protagonista un cast centrale composto da undici attrici che interpretano altrettante operaie di un calzaturificio appena venduto, alle prese con una importante decisione: se accettare, o meno, la richiesta dei nuovi padroni francesi di ridurre di 7 minuti la pausa lavoro.

Una richiesta, ma più che altro un test per conoscere il “grado” di disponibilità delle operaie e la loro tenacia nel salvaguardare il posto di lavoro e quello di centinaia di colleghe, a discapito della propria dignità.

Il film prende spunto da una storia vera – chiediamo a Cristiana Capotondi, ospite della premiere UK di “7 minuti”  -, come sei riuscita a gestire quella sottile differenza tra il fingere, recitando, una situazione di disagio, e il fatto che invece il resto del mondo attorno a te, quella situazione la stava, e la sta, vivendo realmente?
Abbiamo girato a Latina, all’interno di un calzaturificio dove per l’appunto c’è stata una reale occupazione da parte di alcune operaie dopo la decisione della proprietà di vendere lo stabilimento lasciandole senza lavoro. Quindi sì, abbiamo recitato una situazione di disagio, ma in un’ambiente dove sono davvero accadute cose spiacevoli. E l’idea che ci siamo fatte noi, del cast, della produzione tutta, è che le cose stanno andando in questa direzione e non possiamo far nulla per bloccare. Il nostro compito è quello di raccontarle, portarle sempre di più all’attenzione pubblica. Ma purtroppo non tocca a noi risolvere un problema sociale così vasto.

Il riferimento è solo al settore del lavoro italiano?
All’ambito lavorativo, e anche ad altro. Ci stiamo preoccupando di fare sistema, seguiamo con attenzione le vicende del Regno Unito alle prese con la Brexit, gli stravolgimenti politici in atto in tutta Europa, quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ma non ci rendiamo conto che stiamo continuamente perdendo pezzi della nostra identità nazionale. Marchi storici del Made in Italy venduti ai grandi gruppi internazionali, ragazzi che continuano ad emigrare. E poi si parla tanto di Europa Unita, ma non mi sembra che questo realmente stia accadendo.

Se fossi stata qui, a Londra, al tempo del referendum sulla Brexit, e avessi avuto diritto al voto, avresti votato per il “leave” o per il “remain”?
A questo non posso risponderti, perché è una decisione che va presa con molta attenzione e, soprattutto facendo parte di una comunità. Certo è, che da questa Europa non mi sento per nulla rappresentata. Indubbiamente l’idea di base è valida e fa leva su principi di assoluto livello. Ma poi è come vengono gestite le cose, come interagiscono i Paesi membri tra loro, che lascia tutto a desiderare con ripercussioni pesanti sulle popolazioni.

Cristiana Capotondi durante il Q&A che ha fatto seguito alla proiezione di “7 minuti”

Pensi che le colpe vadano solo attribuite ad un Governo centrale incapace di gestire le esigenze dei singoli, e il riferimento è ovviamente all’Unione Europea nel rapporto con i singoli Stati membri?
Posso risponderti come italiana per l’Italia e, come anticipato, la nostra colpa è soprattutto quella di non saper fare sistema. Sarà un problema culturale, oppure politico, fatto sta che nel nostro Paese ci sono parecchie crepe dove chi ne vuol approfittare, si può insinuare senza difficoltà. Non possiamo lasciare all’Unione Europea risolvere i nostri problemi interni. Dovremmo essere più bravi a dire “no” quando arrivano proposte milionarie di acquisto da gruppi asiatici o arabi. “No” prima di tutto per tutelare il lavoro di migliaia di persone, e poi per evitare che le produzioni vengano spostate all’estero. Perché ad oggi con il Made in Italy tutti si fanno belli a livello mondiale, ma quasi mai sono italiani.

Lo stesso vale anche per il mondo del cinema? Credo che negli ultimi anni ci sia stata comunque un’importante accelerata delle produzioni del nostro Paese che ha catturato molta attenzione, e numerosi premi, facendoci tornare ai livelli degli anni ‘60 e ‘70. E’ un caso, o magari qui il “sistema” sta funzionando?
Se il riferimento è all’Oscar a “La grande bellezza”, ai vari riconoscimenti ricevuti recentemente da “Fuocoammare” o a produzioni del calibro di “The young Pope”, solo per citarne alcuni, ti dico che secondo me si tratta di coraggiose scelte da parte di singole produzioni. Anche in questo caso non c’è nulla a che vedere con la volontà di lavorare in sinergia per ridare lustro alla grande produzione cinematografica di cinquant’anni fa, quando l’Italia davvero insegnava cinema a tutti. In altri paesi, vedi la Francia o la stessa Inghilterra, c’è più un lavoro centrale, con il sostegno del Governo, che permette a questi Paesi di ottenere consensi internazionali. Ma, ribadisco, il consenso va ai Paesi e non semplicemente a singole produzioni, come avviene da noi.

Cosa ci manca?
Prima di tutto una regolamentazione interna e poi la volontà reale di difendere la qualità del nostro lavoro, soprattutto quello indipendente. Come esempio prendo la Francia, dove anche nel cinema più sperduto si può trovare il film del regista meno conosciuto realizzato con un low budget. Da noi spesse volte non viene neppure distribuito. Perché, di fatto, interessa più fare cassetto che tutelare le proprie idee, il proprio lavoro, la propria qualità.