“La cena di Natale”, fatti e misfatti secondo Luca Bianchini

Lo scrittore si racconta in una nostra intervista in occasione della premiere UK

“La cena di Natale”, fatti e misfatti secondo Luca Bianchini

 

Dopo il successo di Io che amo solo te, l’accoppiata vincente tra la penna di Luca Bianchini e la macchina da presa di Marco Ponti colpisce ancora con il sequel del film dal titolo La cena di Natale in occasione della premiere UK organizzata da CinemaItaliaUk. Ed è ancora una volta la splendida Polignano a Mare a fare da cornice a una pellicola ricca di emozioni, risate e isterismi dei personaggi che hanno fatto sognare la scorsa stagione cinematografica, concedendo anche questa volta il bis.

Un cast stellare che conferma la sua bravaura: Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone, Antonella Attili, Eugenio Franceschini, Veronica Pivetti, Antonio Gerardi, Eva Riccobono, Dario Aita, si ritrovano tutti allo stesso tavolo per festeggiare la vigilia di Natale, più tesi e agitati del solito. L’atmosfera è isterica e ansiosa. Il colore è comico e drammatico allo stesso tempo.  Chiara (Laura Chiatti) e Damiano (Riccardo Scamarcio), sono ormai marito e moglie ed aspettano un figlio. Sullo sfondo, continua il sogno d’amore mai realizzato tra Ninella (Maria Pia Calzone), madre di Chiara, e Don Mimí (Michele Placido), padre di Damiano. Il gioco delle parti si snoda tra equivoci e colpi di scena che fanno sorridere ma anche riflettere su temi importanti. Il sapore è dolce e amaro ma anche elettrico e frizzante.

Luca Bianchini ed Eva Riccobono ospiti a Londra per la premiere UK de “La cena di Natale” (foto Chiara Zucchelli)

Proprio come Luca Bianchini, presente al Genesis Cinema, protagonista e mattatore indiscusso della serata, che ha raccolto gli applausi, firmato libri ed autografi ed interagito scherzosamente con gli spettatori in sala insieme ad una inedita e sempre bellissima Eva Riccobono.

Lo abbiamo incontrato prima della proiezione, per scoprire qualcosa in più su questa storia che ancora una volta appassiona il pubblico.

Com’è nata la storia e come mai hai scelto la Puglia come sfondo?
Questa storia l’ho trovata proprio lì, a Polignano a Mare, durante una cena. Mi trovavo a parlare con delle persone che avevo appena conosciuto e mi raccontavano di un matrimonio a cui avrebbero partecipato. Finchè a fine serata mi sono ritrovato a parlare al telefono proprio con la sposa che mi ha invitato al suo matrimonio, due settimane dopo, ed io ho deciso di andarci. Incuriosito dalle usanze e dai racconti ma non certo pensando di scrivere un romanzo.

Trattandosi quindi di una sorta di “cronanzo”, cioè una cronaca-romanzo, quanto c’è dei personaggi reali in quelli che poi avete raccontato?
I personaggi hanno preso vita da soli. Mi sono documentato su usi e costumi, e poi ci ho messo del mio, divertito anche molto. Nei personaggi, che io e Marco Ponti abbiamo poi presentato al pubblico in occasione della prima pellicola, abbiamo cercato di tradurre il sapore e le dinamiche della realtà pugliese. Ma in fondo la Puglia è semplice: comandano le donne. Sono loro che decidono tutto.

Ciascuno dei personaggi ha una personalità forte e ben delineata. Ma chi sono i veri protagonisti della storia?
Il grande cuore della storia sono Ninella e Don Mimì, i due consuoceri, i personaggi senz’altro più amati dal pubblico, che raccontano un amore lungo una vita, un sogno mai realizzato. E poi – oltre naturalmente a Chiara e Damiano – ci sono Orlando (il fratello gay di Damiano) e Daniela (la sua amica lesbica), i due outsiders che, sebbene inizialmente concepiti come personaggi minori, rappresentano quella parte comica di me a cui sono molto affezionato.

Un film coraggioso, quindi, che racconta l’amore in tutte le sue forme e si confronta anche con temi importanti – quali l’omosessualità ed il concetto di famiglia omosessuale – che vengono trattati in maniera non pesante ma comunque profonda, con una vena di comicità che porta lo spettatore al contempo a sorridere e riflettere. Una storia che propone degli stereotipi per poi sconvolgerli e sorprendere, come accade con Don Mimì che si allontana dallo stereotipo del padre pugliese nel momento in cui abbraccia il figlio gay Orlando e lo esorta ad essere se stesso davanti a tutti, in una dimensione nuova di famiglia che si alimenta di un amore intelligente, al passo coi tempi; un amore che prima di tutto è rispetto dell’altro, dialogo e consapevolezza.

In questa dimensione di famiglia risulta centrale il rapporto padre-figlio anche tra Don Mimì e Damiano: un padre che corregge e riprende il figlio ma che in fin dei conti commette i suoi stessi errori dato che entrambi, in modi diversi, tradiscono.

na1
La sala del Genesis pochi attimi prima della proiezione (foto di Chiara Zucchelli)

A questo proposito, pensando al titolo del primo film, Io che amo solo te, verrebbe più semplice riferirlo a Don Mimì e Ninella che non a Damiano e Chiara: ma Damiano ama davvero Chiara?
Per rispondere a questa domanda è fondamentale distinguere tra amore ideale ed amore reale. Indubbiamente l’amore ideale, idealizzato, impossibile è molto più semplice proprio perché non si confronta mai con la realtà e tutto va bene perché non è mai successo: questo è l’amore che vivono Ninella e Don Mimì, un amore non vissuto fino in fondo.

Damiano invece si confronta con la vita reale: ama Chiara ma è soggetto alle distrazioni ed alle difficoltà della quotidianità di una relazione.

Ed è proprio in questa dimensione di umanità che si coglie il sapore della commedia all’italiana: il tradimento, la menzogna, il gioco degli equivoci, i personaggi che si fanno amare proprio per le loro debolezze. E questo loro essere imperfetti li rende più vicini al pubblico creando una relazione di empatia e partecipazione, di comprensione e benevolenza.
In particolare, Damiano-Scamarcio, anche nelle intenzioni del regista, rievoca un po’ quel Mastroianni bello, maldestro, donnaiolo e distratto, a cui si perdona tutto, anche le scappatelle, perché non interpreta semplicemente un personaggio bensì un uomo.

Quanto hanno aggiunto gli attori di loro ai personaggi che hanno interpretato?
Gli attori, soprattutto ne La Cena di Natale, sono stati bravissimi anche perchè il regista ha avuto la capacità di metterli nelle condizioni di dare il meglio, creando un clima di festa che li valorizzasse ancora di più rispetto al primo film. Per fare un esempio: il personaggio di Daniela (Eva Riccobono), è piaciuto molto al pubblico quindi nel secondo libro ha avuto più spazio. E nel film, tante idee sono venute fuori dal set ed hanno aggiunto comicità alla scena originale.

A questo punto, vogliamo sapere, possiamo aspettarci il seguito della storia?
Non lo so… Confermarsi è sempre difficile, ma chissà! Voi cosa dite!?

Noi che c’eravamo diciamo che ci siamo divertiti ma soprattutto abbiamo vissuto la storia: era come se anche noi fossimo lì seduti a tavola per La Cena di Natale. Una cena che si è conclusa con lo scroscio di applausi di un pubblico sorridente ed appagato. Perché il grande merito di Bianchini e Ponti è quello di avere portato sul grande schermo un film in cui il vero protagonista è lo spettatore, un film in cui ciascuno può riconoscersi nella grande vastità dei personaggi che si raccontano. E’ un massaggio per l’anima, che rilassa e solletica. Un film da gustare, da assaporare, lontanissimo dai toni superficiali del “cine-panettone”, vicinissimo alla vita della gente. Un film in cui le fratture si compongono in un equilibrio nuovo e talvolta bizzarro ed ogni cosa torna al suo posto, un posto diverso. Il posto di Bianchini e Ponti invece è sempre lo stesso, in vetta alle classifiche del botteghino.

Signore e Signori, siete tutti invitati a La cena di Natale!

Un momento del Q&A post proiezione (foto Chiara Zucchelli)