“L’Europa si spenda di più per i nostri diritti”

Intervista a Dimitri Scarlato, musicista e rappresentante del gruppo “the3million” per la difesa dei diritti degli europei in UK

“L’Europa si spenda di più per i nostri diritti”

 

Dimitri Scarlato vive e lavora in Inghilterra da 15 anni (nella foto in alto al centro). Da poco più di due anni è rappresentante del gruppo The3million, attivissimo nell’attività di lobbying per la difesa dei diritti degli oltre 3 milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito.

Da qualche mese inoltre, in qualità di consulente dello sportello Inca – Cgil UK, Dimitri segue da vicino anche tutte le attività dell’Home Office per quanto riguarda il settlement scheme, e settimanalmente si occupa di aiutare i cittadini italiani a fare application per il settled status. Gli chiedo come gli europei stiano vivendo le fasi di preparazione per l’uscita del paese dall’Ue.

Quali sono le maggiori problematiche che hai riscontrato nei cittadini europei che si sono trovati a registrare il proprio status tramite il settlement scheme?

Di certo un problema notevole è che questo sistema automatico che il governo britannico tanto celebra non va a salvaguardare le persone più vulnerabili che sono entrate nel Regno Unito prima o dopo il 1973.

Proprio coloro che hanno lavorato e pagato le tasse e contribuito per più di quarant’anni all’economia di questa nazione, al momento di fare l’applicazione non vengono rilevati dall’app messa in campo dall’Home Office. Questo perché il sistema pensionistico britannico (di Work and Pensions) non è completamente digitalizzato, e quando va a cercare i dati di queste persone, questi non risultano proprio nel sistema.

Mi sono ritrovato ad assistere persone con più di 80 anni che hanno lavorato qui tutta la loro vita a registrarsi per il settled status. Immagina lo stress e la delusione per esempio di un signore di 82 anni che vive da solo, che ha lavorato qui per oltre 40 nel settore dell’hospitality, e ora si vede rifiutato il diritto a rimanere.

Un punto sul quale il vostro gruppo si sta spendendo moltissimo è quello del “ring-fencing”. Di cosa si tratta esattamente?

Subito dopo il referendum, il governo britannico fece una promessa: dichiarò che il diritto dei cittadini europei a rimanere nel Regno Unito sarebbero stati garantiti in automatico, che nulla sarebbe cambiato. Invece, i cittadini, per vedersi riconosciuto quel diritto, ora sono costretti a fare domanda online. Chiunque non si registrerà entro il 31 dicembre 2020 (in caso di No Deal), o il 30 giugno 2021 (in caso di un’uscita con un accordo con l’Ue) potrebbe essere soggetto all’ “hostile environment” messo in atto dal governo, con controlli più severi alle frontiere e possibile rimozione dal paese.

Con ringfencing ci riferiamo ad una modifica del metodo di registrazione dello status. All’Unione Europea, chiediamo che questo procedimento per richiedere il settled o pre-settled status sia reso “declaratory”, quindi riconosciuto tramite un trattato internazionale, e non in forma di application/domanda online.

Facendo domanda per ottenere lo status infatti, c’è sempre il rischio che questa venga rifiutata, o che il sistema non riconosca improvvisamente i dati, o che li perda. Rischio che non si incorre invece con un trattato. In questo modo avremo almeno la certezza che in caso di No Deal, i nostri diritti sono comunque garantiti e legalmente salvaguardati da un accordo internazionale.

Una delle recenti marce antri Brexit tenutesi a Londra

Qual è stata la risposta dell’Unione Europea in merito?

Devo essere severo, e dire che l’Unione Europea dovrebbe fare di più, e agire più prontamente al riguardo. Sono mesi che chiediamo questa cosa, io personalmente sono stato a Bruxelles più volte e incontrato di persona Michael Barnier, e ci sempre stato detto di aspettare, che era troppo presto. Mancano ormai pochi giorni alla scadenza del 31 ottobre, e poco più di un anno e due mesi alla scadenza ufficiale in caso di No Deal, è  importante che questa  nostra richiesta venga messa in atto prima, e non dopo, il 31 ottobre.

C’è una richiesta in particolare che vorresti lanciare al governo italiano quando siederà al Consiglio europeo sulla Brexit?

Chiedo che l’Italia al Consiglio Europeo si spenda davvero per il ring-fencing. Ora abbiamo un governo che è visto come molto più europeo di quello precedente…Se ci sono degli stati membri che uniti cominciano a fare pressione, come Francia e Portogallo, penso che si potrebbe davvero riuscire a cambiare le cose.

Meglio un’uscita il 31 ottobre o una estensione a gennaio?

La Brexit sta sfiancando tutti, europei e britannici. Oramai qualsiasi cosa va bene, purché si esca con un accordo. Il No Deal è un concetto stupido. E la nazione è comunque divisa da anni ormai. È’ una ferita che non si sanerà facilmente.

@AgostiniMea


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