I big della musica inglese:” Senza l’Europa non saremmo diventati quello che oggi siamo”

Elton John, Ian McKellen, Julie Walters, Patrick Stewart scrivono a Johnson: "Serve un visto speciale che permetta agli artisti di viaggiare senza restrizioni”

I big della musica inglese:” Senza l’Europa non saremmo diventati quello che oggi siamo”

 

“Le limitazioni al mondo dello spettacolo nel post Brexit, sono un prezzo alto per gli artisti emergenti”. É il commento critico di Sir Elton John, che abbracciando le recenti proteste di artisti, maestranze e addetti al mondo dell’entertainment britannico, mette in guardia sulle conseguenze che le nuove restrizioni in tema di libera circolazioni pongono per il talento e la creatività made in UK. 

In un editoriale sul The Guardian, infatti, evidenzia che “è assolutamente vitale per gli artisti emergenti andare in tour in Europa. Trasmettere la tua musica a persone di cultura diversa dalla tua, che non parla necessariamente la tua lingua, fa di te un musicista migliore. Come ho apprezzato negli anni ’60, puoi spendere mesi in una sala prova perfezionando scrupolosamente la tua opera, ma non imparerai in termini di esibizione live quanto in quella mezz’ora in cui tenti di tutto per conquistare un pubblico diffidente. È fondamentale avere il contatto con altri esseri umani.” 

Una lezione che l’eclettico artista britannico ha imparato in prima persona, sulla propria pelle, giovanissimo. 

Come racconta: “Nel 1966 andai ad Amburgo. Ero il tastierista dei Bluesology e avevo un contratto al “Top Ten Club”, dove i Beatles si sono fatti le ossa. È stato un vero battesimo di fuoco. Suonavamo sulla Reeperbahn, cinque ore a notte tra bordelli e show espliciti per folle che neanche ci guardavano. Ma era fantastico. Suonavamo così tanto che non avevano altra scelta che migliorare.” 

Una nota comune all’esperienza che appena sei anni prima avrebbero avuto i Beatles. Come racconta in Outliers, lo scrittore Malcom Gladwell, “nel 1960, quando erano ancora una formazione musicale tra i banchi di scuola, i Beatles vennero invitati per suonare ad Amburgo, in Germania”. 

“Amburgo in quegli anni non aveva veri e propri posti per il rock’n roll, c’erano gli strip club”. racconta Philip Norman, autore della biografia dei Beatles “Shout!”. “C’era, in particolare, un proprietario di un certo club, un tale Bruno, che originariamente era imprenditore dei luna park. Ebbe l’idea di portare rock band a suonare in vari club. Avevano questa formula che prevedeva un enorme show senza sosta e senza ore con un sacco di persone che transitavano barcollando. E i gruppi musicali suonavano tutto il tempo intercettando la fiumana di gente”. 

John Lennon, richiamando l’esperienza ad Amburgo, disse in più occasioni, “migliorammo e ottenemmo più sicurezza. Non avevamo altra scelta che suonare tutta la notte. Era utile essere straniero. Dovevamo impegnarci di più e buttarci a capofitto per superare noi stessi”. 

“A Liverpool, avevamo appena un’ora e c’era solo spazio per i nostri pezzi migliori. Ad Amburgo, dovevamo suonare per otto ore, quindi dovevamo per forza trovare nuove strade”. 

Come ricostruisce Gladwell, ad Amburgo i Beatles andarono per ben cinque volte tra il 1960 e il 1962 suonando per ben 270 notti. Un numero straordinario di ore di pratica che plasmò principalmente il modo di suonare dei Beatles. 

Amburgo, infatti, fu una tappa straordinaria per il raggiungimento del loro successo. “Non erano particolarmente buoni sul palco quando arrivarono, e finirono per essere veramente bravi al loro rientro” ricostruisce ancora il biografo Philip Norman, che all’esperienza in Germania attribuisce un ruolo importantissimo. “Non erano veramente disciplinati sul palco prima di questa esperienza. Ma quando tornarono in patria, erano come nessun altro. É stata la loro creazione”.

Quanto questo suoni oggi impossibile per una giovane rock band è confermato dalla lettera sottoscritta da Sir Ian McKellen, Julie Walters and Patrick Stewart, che implorano il governo britannico, nella persona di Boris Johnson, di sedersi al tavolo con Bruxelles e rivedere il nuovo regime migratorio per gli artisti britannici in Europea: “Chiediamo un negoziato nuovo con l’Europa che permetta agli operatori creativi di viaggiare per lavoro senza restrizioni”. 

“Prima eravamo liberi di viaggiare senza dover applicare per visti. Adesso dobbiamo pagare centinaia di sterline, compilare moduli, e aspettare settimane per l’approvazione. Tutto questo solo per fare il nostro lavoro” ammoniscono le tre icone del cinema e teatro britannico. 

“Inoltre, il linguaggio dell’arte e dello spettacolo non conoscono barriere. La libera circolazione degli artisti e dei lavoratori è fattibile, desiderabile ed essenziale”.

Speriamo il governo non sia sordo all’istanza. 


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