Brexit, cosa succede in caso di “no deal” a chi arriva dopo il 29 marzo. Il parere dell’esperto

In caso di "no deal" nessun diritto alle regole transitorie per gli europei che giungeranno nel Regno Unito dopo l'uscita

Brexit, cosa succede in caso di “no deal” a chi arriva dopo il 29 marzo. Il parere dell’esperto

 

Il 30 ottobre scorso c’è stato un interessante dibattito alla Camera dei Comuni sulla possibilità di un “no deal” ovvero di un mancato accordo prima della fatidica data del 29 marzo 2019, quando il Regno Unito uscirà (forse!) dall’Unione Europea.

Si sono toccati vari punti importanti, non ultimo quello di quale fila dovranno fare i passeggeri europei agli aeroporti britannici. La risposta a questo quesito di notevole importanza pratica è stata data in politichese, cioè che bisogna guardare a questo problema “a tutto tondo” e lanciare un messaggio che il Regno Unito “è aperto al business”.

Quindi che coda fare dal 30 marzo in poi? Non mi è dato saperlo. Probabilmente se ho un passaporto con il chip potrò usare gli sportelli automatici, ma chi lo sa.

Comunque, cosa ha fatto maggiormente notizia è stata la cantonata presa dalla ministra dell’Immigrazione Caroline Nokes sul tema del diritto al lavoro per gli europei dopo Brexit. Caroline Nokes ha ammesso che sarà molto difficile distinguere tra chi è qui da anni ma non ha ancora fatto domanda di permanent residence (o settled status, quando la nuova procedura verrà implementata) e chi è appena arrivato.

Visto che il 29 marzo segnerà la fine della libera circolazione, come si farà a sapere chi ha diritto a lavorare o affittare una casa e chi no?

Vi chiederete che senso hanno queste domande: ebbene chi non è europeo e non gode della libertà di movimento che diamo così spesso per scontato e che tra poco sarà solo un ricordo, deve avere documentazione che confermi la propria presenza legale in UK.



Ma non tutti coloro che sono qui con un visto possono lavorare, e non tutti quelli che possono lavorare, possono scegliere un qualsiasi lavoro.

Inoltre chi non ha un permesso di soggiorno non può prendere in affitto una casa, perché il proprietario è tenuto a controllare che il potenziale inquilino non sia qui illegalmente. Queste, come altre misure restrittive, fanno parte di quel “sistema ostile” di cui il Regno Unito va tanto fiero. Ora anche noi europei ci troveremo in questo calderone di ostilità.

Tornando alla ministra Nokes, alla domanda su come sarà possibile differenziare tra chi ha già acquisito il diritto a vivere e lavorare in UK ma non ha ancora alcuna documentazione per provarlo, e chi è appena arrivato, la risposta è stata più o meno che dal 29 marzo tutti dovranno provare il proprio diritto al lavoro.

Aspre critiche sono seguite a questa dichiarazione, che non ha senso se si considera che gli europei avranno tempo fino a dicembre 2020 per fare domanda di settled status, e senza settled status (o permanent residence) non potranno provare nulla.

Sarà quindi impossibile per un datore di lavoro sapere se può assumere un europeo o no, e questo potrà dare adito a discriminazione. D’altra parte, perchè un’azienda dovrebbe rischiare multe fino a 20.000 sterline per persona “illegale” impiegata?

Ma la cosa veramente preoccupante che viene fuori dalle risposte della ministra dell’Immigrazione è che in caso non vi sia un accordo (il temuto “no deal”), gli europei che decidono di trasferirsi nel Regno Unito dopo il 29 marzo, non avranno la possibilità di avvalersi di regole transitorie e, se intendono restare per più di tre mesi dovranno obbligatoriamente registrarsi con l’Home Office. Come registrarsi e quali diritti avrà chi si registra resta un mistero, ma è piuttosto chiaro che la registrazione non garantirà il diritto al lavoro.

Sembrà dunque che più ci si avvicina a Brexit, più la situazione diventa caotica.

Il consiglio per chi è già qui e di fare domanda di permanent residence o settled status al più presto, per evitare problemi e lungaggini in futuro.

Chi invece è in procinto di trasferirsi in UK, farà bene ad affrettarsi ed entrare prima del 29 marzo, sempre che il Brexit-caos non abbia fatto loro decidere di andare a vivere in Spagna, Germania, Francia o altri paesi dell’Unione Europea..

Chi è interessato troverà qui il link al verbale del dibattito che si è svolto all’House of Commons.

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L’autrice di questo articolo è Gabriella Bettiga, avvocato esperto in materie di immigrazione presso lo Studio Legale Sliglaw LLP.  Per contattarla potete mandare un’email a: gabriellab[at]sliglaw.com. 

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